PER QUANTE PIZZE VENDANO, NON RIESCONO A PAGARE IL GAS E LA LUCE

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DAVANTI ALLE POSTE LA DOLOROSA CHIUSURA DI UN FORNO DI INTRAPRENDENTE TRADIZIONE NAPOLETANA

19 AGOSTO 2022 – Quel che non fece il Covid hanno fatto le sanzioni contro la Russia. E così le imprese di piccoli commercianti ed artigiani, di fronte al vertiginoso aumento dei costi delle materie prime e alle previsioni di nuovi, peggiori aumenti, chiudono. La notte, quando viene ad avvolgere il piazzale delle Poste, incontra per l’ultima volta la saracinesca ancora alzata di una avviata pizzeria, ricca di cose buone con la tradizione dei fritti napoletani che per oltre dieci anni ha rinfocolato il legame con la capitale del Regno del Sud. Poi tutte le squisitezze con alici, mozzarella, semi vari ad integrare i sapori delle sfoglie di pasta appena passata sotto l’olio per insaporirsi e croccare meglio, vengono portate fuori del negozio di Via Manlio D’Eramo, in un rito di estremo accompagnamento che a Napoli sarebbe visto come presagio di sventure per altri negozianti e che qui, un po’ più lontano dalle scaramanzie e dalle ridondanti sceneggiate, è la cartina di tornasole della crisi profonda nel settore delle attività di piccoli imprenditori. Se ne parla in questa campagna elettorale, ma solo per dare voce al populismo della “flat tax” (che prevede diciotto aliquote, altro che piattume del 15%…), prima che il governo dei Migliori possa sottoporsi al giudizio degli elettori nell’autunno caldo del 2022 (tendente al freddo della nuova regolamentazione dei termosifoni negli uffici pubblici). Draghi ha spernacchiato anche Forza Italia e Fratelli d’Italia nella sua replica in Parlamento, per essere sicuro di non affrontare questo 1969 al contrario. Allora furono gli operai a far tremare l’economia, adesso sarà una categoria di solito contrapposta agli operai, quella delle partite IVA, piccola borghesia che ha sempre tirato lo sgambetto alla sinistra (non inquinata dai figli di papà, e di mamma, che hanno invaso i partiti prima nutriti dagli operai).

Chiude nell’ultima sera di caldo afoso, quando non basta vendere pizze e birra fresca, perché si dovrebbero vendere a prezzi che più del pomodoro farebbero arrossire chi impasta, fa lievitare e mette nel forno. Non ce la fanno a rientrare con le spese queste pizzaiole lontane dal Vesuvio eppure così animate da buona volontà, cioè dalla voglia di lavorare che da Napoli si è irradiata per tutto il Sud e lo ha contaminato di imprenditoria e di gusto di tentare la propria strada. Si sono avventurate anche a fare il “sartù di riso”, senza averlo fatto prima e solo per assecondare la richiesta di chi cercava di far capire che dai supplì di riso si può passare a qualcosa di molto più impegnativo, nella quantità e nell’arte del cuocere, affinchè la mozzarella nel forno invadesse i piani sottostanti quello nel quale è stata tagliuzzata, per avvolgere, quando può, le regaglie dei pranzi di Natale e dare un sapore in più, rendere meno secco l’uovo sodo e ingentilire i piselli che qualche volta deludono un po’ rispetto al resto. Ne hanno ricavato molto di più di un timballo (un prodotto che sembrava uscito dal “Ratatouille” della Walt Disney, per l’estro e lo spirito di adattamento alle temperature e agli imprevisti del mestiere) senza sapere, perché non serve, che il sartù viene da una antica tradizione turca.

Chiude con un cartello la pizzeria davanti alla Posta: non ci sono scritti gli orari e il riposo settimanale, ma solo “VENDESI”. E questo era il governo dei Migliori; poi ci sono quelli dei peggiori.

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