LE ARMI DI DISTRAZIONE DI MASSA DI FRANCO IEZZI, NUOVO GUERRIGLIERO NELLA RINASCITA DELLA POLITICA
20 AGOSTO 2022 – Dall’Aspromonte di fiere battaglie condotte per la moralizzazione della vita politica, Franco Iezzi si è votato alle battaglie giornalistiche per una rivoluzione che parta dalla società civile e insegni ai politici di adesso quello che i politici di ieri non hanno fatto.
La sua determinazione è quella di un guerrigliero duro e puro, che dovrà lasciare tanti morti sul campo di battaglia, ma dovrà farlo perché le generazioni future sappiano che qualcuno, almeno, ha provato ad evitare l’abisso del degrado.
Imbraccia il fucile ed esce dal suo profilo social per giungere sulle colonne di un giornale on line che lo considera uno dei suoi. Non gli sta bene neppure il sito che ha fondato una quindicina di anni fa perché, sfollagente com’è, non lo legge nessuno. Il sito, per lui che valica i monti nelle notti di veglia del duro e nei tragitti impervi del puro, è qualcosa di stantìo, come dice il nome stesso: il nome “sito” sa di stazzo e lui non ha pecore da custodire, ma cavalli da governare e talvolta draghi per fare prima le riforme sanguinarie del duro e quelle irreversibili del puro . Su “Reteabruzzo” Iezzi non bussa e non è preceduto da un “riceviamo e pubblichiamo”; i suoi sono “redazionali”. E’ uno di loro, anzi è più di loro messi insieme.
Il suo forte, però, è la matematica, come ha dimostrato da amministratore della “Banca Agricola”; non è la storia, o l’inglese, materie da borghesucci che non sanno attraversare la macchia e le foreste come sa fare lui sul Morrone prima che si incendi materialmente dopo che lui lo ha incendiato spiritualmente con le sue trasparenti idee rivoluzionarie. Imbracciato il mitra, segue l’antico insegnamento che a sua volta insegna: “hasta la victoria siempre” e le forme noiose dell’italiano le lascia ai borghesi che mangino pure, tanto “questo è l’ultimo boccone” (come era scritto sui muri degli anni Settanta).
E’ anche vigile nella tattica guerrigliera, perché dissemina attentati all’Italiano che destano scalpore, ma non sono l’espressione sottile della sua strategia di revisione delle norme della grammatica (come manifestazione del potere delle classi dominanti sulle subordinate). Infatti ha scritto “E vabbé, c’è ne faremo una ragione” e tutti a condannare lo strafalcione, come le allodole sono attratte dallo specchio messo per ingannarle. Ma lui la sua guerra all’Italiano la coltiva con astuzia, tanto che nella boscaglia di un “redazionale”, ti piazza un “qualcun’altro” che… nessun altro si accorge essere un attentato di pari livello alla lingua italiana, perché sempre un apostrofo in più reca. E sembra di vedere il compiacimento del bombarolo di De Andrè che prevede lo scompiglio nella società civile dalla quale è stato escluso o maltrattato o incompreso o sottovalutato. Proprio come Franco Iezzi, genio della finanza e nume dell’ultimo Consiglio della Banca Agricola prima dello sfacelo; direttore di un Nucleo Industriale al quale i gestori della silicon valley spicciavano la cantina; presidente di un Parco nazionale negli… ultimi giorni di Pompei; presidente di una Comunità montana nella quale “tutte le fontanelle se so’ seccate”, perché neanche a fare gli abbeveratoi pensava; assessore come se fosse antani e doppiato in preferenze da un ventenne Gianfranco Di Piero del quale “Il Tempo” (che era il giornale più letto) non aveva neanche una foto in redazione fino allo scrutinio perché era un illustre sconosciuto; editore poco editato; leone da tastiera ridotto peggio dei leoni al portale di San Panfilo.
Ma il “c’è” prima del “ne” è il condensato di una svolta nella guerriglia e si ascrive al novero delle armi di distrazione di massa in modo che “nessun’altro” si accorga del vero obiettivo. Hasta los sfondonos siempre, compagno C’è.








