MA I BAMBINI MICA ANDAVANO A MANGIARE ALLA “SAN RAFFAELE”

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CURIOSO PARERE DELLA REGIONE SULLA PRODUZIONE DEI PASTI PER LE SCUOLE

15 OTTOBRE 2024 – Erano solo avvisaglie quelle che rendevano palese il pressapochismo degli uffici regionali in materia di contrasto alla proliferazione di cervi. Alle Regione Abruzzo brancolano nella completa oscurità di concetti e nozioni, come si evince dalla sconclusionata nota della dirigente di uno dei servizi più gettonati. L’attacco non è niente male: “In data 04.10.2024 questo Dipartimento con Prot. 0183720/24 del 04.10.2024 (acquisito internamente con prot. RA0387280/24 del 04.10.2024) ha chiesto a questo Servizio di esprimersi (…)”. Quindi, questo Dipartimento ha chiesto a questo Servizio. Tutti e due “questo”; codesto e quello sono rimasti alle… elementari. Particolare forse insignificante per chi scriveva è che il Dipartimento destinatario era quello di Prevenzione e il servizio che rispondeva dipende dal Dipartimento Sanità. E la nota in questione era, come dice l’oggetto: “Riscontro Nota Dipartimento di Prevenzione”.

E questo è niente, perché: “Nel merito, il vigente Manuale di Autorizzazione, approvato con DGR 591/2008, alla scheda “1.1 requisiti minimi organizzativi di garanzia dei diritti dei pazienti” prevede espressamente che “E’ garantita la possibilità a parenti ed accompagnatori di usufruire all’interno della struttura, di pasti caldi””. Da questa estensione del servizio, le pensose meningi di chi ha espresso il parere destinato a “questo Dipartimento” arrivano alla conclusione: “Pertanto è da escludersi l’estensione del suddetto servizio a utenti esterni”. Elementare, Watson, bisognerebbe solo chiosare. Se un manuale afferma che, per il maggior conforto dei pazienti, pure i parenti possono mangiare all’interno della struttura, la conclusione del parere è che i pasti non si possono portare fuori, per esempio nelle scuole per il servizio-mensa. La questione, come è noto, non riguardava la possibilità che tutti i bambini delle scuole primarie di Sulmona andassero a mangiare nella clinica “San Raffaele” attraversando il ponte di San Panfilo e buona parte del nucleo industriale in fila per tre col resto di due (già malfunziona il servizio di trasporti), di modo che si potesse ritenere che, esclusi i tre o quattro che avevano parenti ricoverati, gli altri non avrebbero potuto mangiare “all’interno della struttura”.

La questione era se, data la portata delle cucine della “San Raffaele”, realizzate a suo tempo con l’oculata programmazione dell’ing. Domenico D’Angelo che non le ha mai potute vedere in funzione, i pasti preparati alla “San Raffaele” potessero uscire dalla porta di servizio non per andare alla mensa dei degenti, ma per andare alle scuole.

Se qualcuno, per ottenere un “no”, ha chiesto se i bambini potessero unirsi a degenti e parenti, è un altro discorso, che dovrebbe esaminare la Procura della Repubblica, visto che nell’aspettativa e nell’induzione verso un parere negativo si potrebbe celare qualche reato, se il tutto serve ad assegnare l’appalto al secondo o al terzo classificato, scalzando il primo. Ma pensare che Giovanni Rana faccia tortellini perché si consumino nella mensa dei dipendenti equivale a (non capire, ma) far capire fischio per fiasco. Tanto più che il telegrafico parere è stato inviato al “Dipartimento di Prevenzione”. Prevenzione da che, se i pasti per gli alunni non sfiorano neppure i degenti e i parenti? Forse è stata individuata la famosa norma di sbarramento: all’ingresso, oltre che degli alunni, di “codesto” e “quello”.

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