GIANNANGELI, TRA MARIN E MAGRIS

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“TI DEVO TANTO DI QUEL CHE SONO” LAMBISCE ANCHE LA POESIA DIALETTALE

31 OTTOBRE 2014 – “Ti devo tanto di ciò che sono” è lo straordinario epistolario intercorso dagli anni  Cinquanta agli anni Ottanta del ‘900 tra il poeta friuliano Biagio Marin e il germanista e saggista Claudio Magris, di Trieste.

E’ il colloquio intimo di due letterati che hanno dato tutto alla fiamma della cultura: Marin fino all’ultimo giorno della sua lunga vita (e, dunque, fino al 1985), Magris fino ad oggi, certamente anche nei prossimi anni, vista la fecondità della sua produzione letteraria. Ma in questo carteggio, edito da Garzanti nell’aprile scorso, non fanno sfoggio della loro estesissima conoscenza di autori e di correnti del ‘900: parlano l’uno dell’altro, talvolta anche in modo brusco come si addice a due mondi che si scontrano e si alimentano dopo un primo, difficile impatto. Sono due generazioni a confronto e l’impostazione paterna di Biagio Marin si traduce peraltro in una inversione di parti al punto che dei due il bambino a tratti sembra proprio essere quello che l’anagrafe indicherebbe il più adulto.

Sono anche due mondi diametralmente opposti che si coniugano: il fortissimo contenuto mittleuropeo dell’opera di Magris (del quale resta un capolavoro ”Danubio”, che con le acque del fiume più caro agli europei attraversa tutto il continente senza perdere neppure un alito della cultura, delle sofferenze, delle speranze di chi ha abitato le lande del corso d’acqua, compreso il Sulmonese per eccellenza, Publio Ovidio Nasone) e la rivendicata dignità della poesia in lingua locale di Biagio Marin.

Proprio a questo proposito, è importante sottolineare come in questo carteggio compaia un preciso riferimento a Ottaviano Giannangeli (erroneamente indicato con il nome di “Ottavio” da Marin) in una lettera del 1972, nella quale il poeta friulano, ritenuto uno dei maggiori del secolo scorso, sollecita l’interessamento di Magris affinchè l’”abruzzese” (Giannangeli è di Raiano) abbia un pubblicazione presso Einaudi: “Caro Claudio – scrive da Grado il 12 ottobre 1972 Biagio Marin – volevo pregarti di interessarti del mio caro giovane amico Ottavio Giannangeli, un abruzzese che ho conosciuto sei anni fa a Lanciano e che vorrebbe pubblicare un suo saggio sul Pascoli presso Einaudi. E’ un giovane uomo, ordinario dei licei, e assistente volontario all’Università di Bari. Io lo stimo molto e l’ho sempre considerato il critico più fine tra i giudici del “Lanciano””.

Giannangeli sulla Koinè abruzzese aveva già scritto qualcosa, ma molto ha sviluppato negli anni successivi, anche in quel formidabile “Libro di Ottavio” che pubblicò all’inizio degli anni Ottanta. E a proposito di dialetto, proprio qualche giorno più tardi Marin manifesta a Magris  i “gravi dubbi” che lo tormentavano sulla “dignità, sul  valore della mia opera. E questi dubbi tanto più di affliggono, in quanto mi trovo spesso a sbattere contro un esplicito disprezzo per quella che i letterati italiani chiamano “poesia dialettale”. Ora per me, e in questo caso son d’accordo con Croce, non vi ha la possibilità di etichettare la poesia, di distinguerla in poesia nella lingua letteraria comune e in dialetto. La poesia non è né italiana, né francese, né tedesca. Queste distinzioni pratiche non riguardano la poesia”. Su Giannangeli rimandiamo a “Giannangeli ha novanta anni e tre dialetti nel cuore” nella sezione PERSONE di questo sito e “Bimbi, cellulari e forza della letteratura” nella sezione CULTURA.

Proprio alcuni giorni prima, Magris da Trieste aveva fissato sulla carta una delle più profonde riflessioni sulla natura dell’amicizia e dello scambio intellettuale: “Tu non sei affatto, per me, un “mito che mi serve!”. Sei un germe che porto in me che fruttifica in me e che ha svegliato in me forze in sviluppo: forze che non possono copiarti, imitarti, adeguarsi alla tua vita e ai tuoi valori, che transustanziano Marin in forme diverse, autonome, libere. Se non fosse così, io non sarei il tuo figliolo e il tuo discepolo, ma il tuo pappagallo o il tuo attendente e tu mi hai insegnato che non bisogna esserlo”.

Anche per questo “Ti devo tanto di ciò che sono”, come si desidera che si compenetrino spiritualmente i rapporti più alti tra due spiriti e lascino una profonda traccia vicendevole.

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