22 GIUGNO 2013 – Nella sala convegni degli Zoccolanti a Raiano (sede anche del municipio) è stato celebrato l’impegno intellettuale di Ottaviano Giannangeli, in occasione del suo novantesimo compleanno.
E’ intervenuto, tra gli altri, l’amico di sempre, Damiano Fucinese, autore di opere di storia del centro lambito dall’Aterno, ma anche di poesie, come Ottaviano; ha preso la parola anche il presidente del Centro Studi e ricerche “Vittorio Monaco”, Giuseppe Evangelista (Giannangeli è il presidente onorario del “Centro”).
Nell’opera che egli ha più coccolato, “Il libro d’Ottavio”, Giannangeli fa una dedica che racchiude l’essenza del rapporto con la lingua: “Ai paesi di Raiano Secinaro e Pratola Peligna che m’hanno impastato l’anima e la favella”. Secinaro perchè di là era il padre; Pratola Peligna, perchè pratolana era la madre e Raiano, perchè è sua. Non per niente quella certosina ricerca filologica, stampata nel 1979 dopo tanti anni dal primo articolo per lo studio del linguaggio (scritto al Liceo e pubblicato su una rivista nazionale), reca in copertina anche gli altri modi con i quali si potrebbe intitolare: “Je libbre d’Ottauie” e “Lu libbre d’Ottavie”.
Si divertiva Giannangeli a trovare le molte differenze nell’uso degli articoli e delle stesse desinenze dei vocaboli dialettali tra un paese e l’altro, talvolta a distanza di meno di dieci chilometri, come tra Pratola e Raiano. E c’è da credergli se dice che potrebbero neppure capirsi tra loro gli stessi abitanti di una valle, quelli del centro-Abruzzo; basta rimarcare, come egli fa, che ogni capitolo del suo “Libro” si può presentare in titoli diversi: “Questo mondo e quell’altro – Ste munne i quij’autre – Stu monne e chell’àvetre”.
Se non fosse stato per la televisione, che non si capissero un calabrese ed un veneto sarebbe risultato del tutto normale; ora uno di Secinaro e uno di Pettorano si capiscono, ma… passando anch’essi per l’italiano. Sembra di rileggere qualche osservazione di Elias Canetti (“La lingua salvata”, Adelphi), che racconta come addirittura il padre e la madre parlassero un’altra lingua quando non volevano che lui capisse; fenomeno ben possibile con il gioco delle lingue nazionali nella congerie di una parte d’Europa flagellata dalle divisioni; ma realtà palpabile anche tra il Morrone e il Sirente, tra i residui degli arroccamenti dei paesini medievali ad economia curtense. Al punto che proprio “Ottauie” racconta di un ameno episodio con al centro la richiesta di un secchio da parte del padre verso la madre attraverso il rimbalzo del bambino Ottavio necessitato dalla distanza, ove la frase non arriverà mai come era partita, per una sorta di rispetto verso la destinataria, che l’avrebbe corretta con un dialetto altrettanto incomprensibile come quello di partenza. Una intermediazione filologica che evidentemente dette un ruolo al piccolo e lo avviò nello studio intenso dei dialetti, fino alla cattedra universitaria, come succede spesso per coloro che vivono un dramma infantile e lo traducono nello stimolo più forte della vita.






