Anche il Presidente avrebbe qualcosa da dire su Ovidio

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Paolo Grossi

PAOLO GROSSI AL PREMIO CAPOGRASSI. I SUOI SCRITTI SUI BENI COMUNI

23 APRILE 2016 – E’ oggi a Sulmona, per partecipare alla cerimonia di consegna di Tre premi Capograssi, il Presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi.

Una coincidenza segna, da un lato, i suoi studi giuridici sui “beni comuni” e, dall’altro, la decisione che il Tribunale di Sulmona sta per assumere sulla tutela dell’immagine di Publio Ovidio Nasone da parte di ogni Sulmonese, dopo la volgare apposizione di una corona di bulbi di aglio sulla statua in Piazza XX Settembre per la speculazione commerciale del prodotto agricolo.

Cosa sono i beni comuni? Se da un lato, il bronzo del quale è composta la statua di Publio Ovidio Nasone in Piazza XX Settembre è certamente di proprietà pubblica; se, pure, il piedistallo, sul quale il monumento è posato e che concorre a rendere il complesso di un certo valore estetico, è certamente di proprietà pubblica; se, dunque, il monumento è pubblico, certamente la considerazione e la celebrazione del poeta che emergono da tale monumento sono beni comuni, perché Ovidio, con il suo patrimonio immenso di versi e di cultura, di estetica e di tecnica del comporre, è personaggio che appartiene al genere umano, del quale si compiaceva di rappresentare (nell’epoca dell’antica Roma) uno degli esempi massimi, per quella  facilità di tradurre in versi tutto quello che la sua sensibilità percepiva ed elaborava.

   Nel piedistallo di pietra che regge la statua in Piazza XX Settembre non è scritto “Bene pubblico appartenente al Comune (allo Stato, alla Provincia)”, ma, molto precisamente: “Pelignae dicar gloria gentis ego” (“Sarò considerato vanto del popolo peligno”), cioè è riportata una affermazione di Ovidio che è connaturata con la certezza della considerazione che mai avrebbe abbandonato l’esule del Ponto, per tutto quello che egli ha scritto e detto e lasciato ai posteri. E certamente questa affermazione è destinata a protrarsi per altri duemila anni, cioè, come pure Ovidio scriveva, fin quando si parlerà di Roma e del suo impero. Questo è il bene culturale che rappresenta il patrimonio comune della città di Sulmona per aver dato i natali a Publio Ovidio Nasone; questo è il bene comune per eccellenza, diverso dalla statua di bronzo che lo focalizza e che comunque lo esprime, mai distolta dai contenuti culturali della poesia del Vate più illustre della gens peligna e tra i più illustri della Roma di tutti i tempi.

Ma il 2012 (e, dunque, quasi ieri) è stato l’anno più proficuo per l’approfondimento di questa categoria di beni che contengono non già soltanto i materiali dei quali sono composti, ma la storia, l’archeologia, la cultura che li caratterizza. A questi beni, indubbiamente comuni, si ascrive l’immagine del poeta Ovidio così come appare nel monumento a lui dedicato in Piazza XX Settembre (che non è solo un ammasso di bronzo di proprietà del Comune); e questa immagine, se gravata della corona di aglio che la rende funzionale alla promozione della vendita di un prodotto agricolo e, nel contempo, la ridicolizza in quanto le conferisce un tono carnascialesco (aglio invece dell’alloro) non potrebbe più essere fruita dalla collettività, non sarebbe più comune a tale collettività.

 

E’ del giudice costituzionale Paolo Grossi il monito “ai magistrati presenti qui in folta schiera” contenuto in una lezione riportata per intero nella “Rivista di diritto e procedura civile” nel 2012, con diretto riferimento alla sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite 3665/2011.

Ascoltiamo Grossi : “Beni comuni: nulla a che vedere con la nozione rinsecchita che ci offre il codice civile, dove ben comune equivale a condominio e tutto si risolve in una proprietà individuale per quote; e nemmeno nulla a che vedere con una espansione del “pubblico” a scapito del “privato”. Nulla a che vedere con gli assetti fondiarii collettivi, di cui abbiamo discorso or ora. Come ben dice Rodotà, già presidente di una commissione elaboratrice di un progetto di legge delega per la modifica del codice civile in tema di beni pubblici, nella post-fazione al libro or ora citato, si tratta di “andare oltre lo schema dualistico, oltre la logica binaria, che ha dominato negli ultimi due secoli la riflessioni occidentale – proprietà pubblica o privata”. “E’ l’esito di una riflessione, che riguarda i “beni primari”, necessari per garantire alla persona il godimento di diritti fondamentali” e non può non concretarsi nella necessaria revisione delle categorie proprietarie e anche delle categorie di beni, mirando ad arrivare ad un risultato eticamente e giuridicamente ragguardevole: il diritto del cittadino a non essere escluso da altri dal godimento di alcuni beni essenziali alla sua esistenza, cui deve corrispondere il potere di una molteplicità di soggetti di partecipare alle decisioni riguardanti determinate categorie di beni”

Grossi ha scritto, a proposito di una disciplina di questi beni, come di un diritto da scrivere, certamente, “ma ormai di improrogabile attuazione”, riprendendo quanto elaborato da Ugo Mattei in “Beni comuni – Un manifesto” (2011). E nel 2012 concludeva una lezione introduttiva dell’incontro di studi del CSM per “giudici addetti al settore civile” con queste parole: “Ed è proprio oggi che l’apporto dei magistrati si rivela formidabile: la sentenza n. 3665 della Cassazione, di appena un anno fa, ne è l’eloquente dimostrazione”.