APPUNTI DALLA NOTTE CHE UNA SENTENZA RIPORTA A GALLA

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22 OTTOBRE 2012 – Ogni volta che si riparlerà di terremoto, ogni volta che una sentenza deciderà se ci siano state colpe o non, ciascun abruzzese ripercorrerà quei minuti dello sbigottimento, della disperazione, dell’angoscia soffocante per le grida che da sotto le macerie invocavano aiuto. Sarà un bel calvario per tutti; ma non si può fare a meno di accostare un nuovo trauma, come è una sentenza di condanna (e come sarebbe stata, per altri versi, una sentenza di assoluzione) al primo, grande trauma delle case che imprigionano chi le abita. Questa sensazione proviamo a ripercorrerla con questo diario scritto da una persona che non è vissuta molto tempo a L’Aquila, ma che la notte del 6 aprile 2009 si trovava a L’Aquila per caso. Se non si fosse salvata, la sua presenza nel terremoto sarebbe stata addirittura beffarda.

Non doveva essere lì. Forse già alla prima scossa aveva intuito che non doveva essere lì. Non dormiva in quella casa da almeno tre anni. In vita sua, in quella stanza e dentro quel letto non aveva trascorso nemmeno una notte: un tempo era l’appendice del salone che poi era stato diviso per ricavarne una cameretta. Eppure, svegliatasi nel pieno della notte, Fausta si era lanciata sull’interruttore. Come sapeva che era proprio lì? Tante volte si era svegliata senza sapere dove si trovava. Magari il primo giorno di un viaggio che la allontanava dalle consuete abitudini. Eppure quella notte Fausta, svegliata bruscamente dalla prima micidiale scossa, era saltata dal letto. I suoi gesti e quel grido -“papà!”- era come se fossero già programmati. Visto che negli ultimi 10 anni della sua vita a condividere le quattro mura con lei erano stati un marito e due figli. E sebbene quell’interruttore lì non fosse mai esistito. Era evidente che le tre ore e poco più, trascorse dalla mezzanotte a quel fatidico istante in cui le lancette si fermavano – per molti per sempre- sulle 3.32, erano state solo un’agitata dormiveglia.

L’ultimo ricordo della città “com’era prima” era tanto desolante quanto quello del day after. Era ospite a casa di Gianna. “Portiamo un dolce?” suggerì. Suo padre indicò due o tre strade, di cui Fausta non ricordava nemmeno più il nome. A L’Aquila aveva smesso da anni di tornare per i week end. Da molto prima che le transenne le vietassero l’ingresso nei luoghi della sua infanzia e della sua adolescenza. Il tempo la aveva allontanata gradualmente e gli unici rimpianti erano rimasti la cornice di montagne che alleggeriva anche le giornate più nere, e qualche serata estiva. E sullo sfondo, quei monumenti verso cui, chissà perché, a molti sembrava quasi doveroso ostentare ammirazione. A Fausta erano sempre sembrati senza anima, ancor prima di diventare senza corpo. Quella notte sembrava preparatoria: non un locale aperto per comprare una torta gelato. Furono costretti a presentarsi a mani vuote.

“C’è un tipo che profetizza la fine de L’Aquila?!”. Risate. Ci manca solo la catastrofe naturale nella mia vita, pensò Fausta. “Inghiottita da un fiume di lava che improvvisamente scende dal Gran Sasso?”. “Non scherzare, non hai sentito, in questi giorni, delle continue scosse? Io tanto tranquilla non sono, a essere sincera”. “È zona sismica, non scopriamo l’acqua calda proprio oggi…”. “Lo so, ma questa volta… C’è gente che ha deciso di dormire in macchina”. Parlarono d’altro, ma a Fausta quelle parole avevano suscitato ricordi lontani. O meglio, suoni, odori, cartoni animati, visi visti una volta nella vita e mai più dimenticati. Il terremoto. Ecco un suono che le ovattava le orecchie. Era la sensazione che provava ogni volta che sentiva quella parola. Forse perché non aveva mai capito se il boato che accompagnava le scosse serie era un boato vero, o solo immaginato. Di certo era ovattato. E il giorno dopo quel boato per molti la vita non era mai più stata la stessa. Non c’è niente di più terribile di un nemico dal quale non puoi difenderti nel rifugio per eccellenza:la casa. Che anzi quel rifugio ti porta via, lasciandoti nudo in mezzo a una strada. Nudo: senza più nulla. Senza quel cassetto dove sei sicuro che non perderai le cose più importanti. Senza i libri sul comodino, la scatola di medicine da controllare ogni tre mesi, non sia mai siano scadute e si liberi un po’ di posto nel ripostiglio… Senza la scatola dell’estate, delle scarpe tutte insieme marcate dal sigillo “cambio di stagione”. Senza i giochi del turn over, per illudere a fin di bene i bimbi di avere da un giorno all’altro un mucchio di cose nuove.

Forse quando si salutarono sulla porta un barlume di tutto questo attraversò la mente di Fausta. Perché bastò una sola scossa. La prima, quella delle 22 e poco più, a farla tremare. Scesero le scale del giardino, quello dove Biondo, il vecchio pastore abruzzese, arrivava puntualmente ad annusarti per l’arrivederci. Fausta si mise al volante. Ma le gambe tremavano, non riusciva a fermarle. Attraversarono una città che era in attesa, senza saperlo. Come erano in attesa i vicini scesi in strada, che la salutarono. Non li vedeva da più di cinque anni. “Come stai? Abbiamo saputo che ti sei sposata: auguri!”. Sposata da cinque anni, e con due bambini. La rassicurarono: “queste sono case solide, Fausta, stai tranquilla”.

Ma era difficile darsi pace. A casa, era già pronto il piano di evacuazione. La solerzia di suo padre le ricordò i vecchi tempi. Indicava di tenere tutto vicino la porta finestra: dava sul giardino, si sarebbe fatto presto a uscire. Ma sfuggì un particolare. Era una serata di luna piena.

Faceva freddo, come al solito. Cercò dei calzini e si infilò sotto le coperte. A mezzanotte i cani iniziarono ad abbaiare. Da bambina le avevano raccontato che i cani sentono l’arrivo del terremoto. E abbaiano. Dormire era impossibile.

Quando il mostro arrivò, questa volta, non ci fu ricordo che potesse riportarle alla mente sensazioni simili. La terrà tremò a lungo. L’interruttore, sul quale si era lanciata, non funzionava. La corrente era andata via. Il pavimento era un campo minato: in cucina affondò il piede su un barattolo di marmellata in frantumi. Per fortuna faceva freddo: per fortuna quei calzini…Per fortuna la borsa vicino la porta finestra. E per fortuna c’era la luna piena.

Come già 25 anni prima, o poco più, Luca suonò il campanello, invitandoli a uscire e andare ad aspettare nel piazzale sicuro davanti la fabbrica. Quella dove aveva imparato ad andare in bicicletta; quello dove la si era esercitata a fare le curve con il Sì Piaggio. Quello dove aveva imparato a mettere la terza, insomma, a guidare. E quello dove adesso era ferma ad aspettare. E era forse l’unica che aspettava qualcosa di tangibile: notizie rassicuranti per prendere l’autostrada e tornarsene a Roma. Ma gli altri, che aspettavano?

In centro non si poteva entrare. La voce iniziò a circolare tra le auto ferme, con i motori accesi e i riscaldamenti al massimo. “Per fortuna che ho fatto il pieno” disse Fausta. Suo padre sorrise e annuì compiaciuto. “La lungimiranza che t’ho insegnato io” sembrava voler dire il suo sguardo.

Si continuava a oscillare, dentro la macchina le scosse erano fortissime, ma loro erano al sicuro. Vide attraverso i vetri appannati due bambini dagli sguardi terrorizzati, in pigiamino e pantofole. Immobili dentro gli abitacoli, le fecero tornare in mente i suoi figli. “Staranno dormendo, ignari di tutto”. Di tutto: che a tre chilometri dalla loro mamma sarebbero morte oltre 300 persone. Ma lei questo, ancora non poteva saperlo. Provò a scrivere le sue sensazioni sulla moleskine. “Potrei mandarle al giornale” pensò. Richiuse la pagina bianca. Provò a stendersi. Qualcuno bussò al finestrino. Era Luca. “La casa dello studente è crollata”.

L’attesa sembrò tanto lunga quanto quella che andò avanti per i giorni successivi. Dicevano che serviva scavare. La impressionò un particolare: in tv dissero che i ricercatori erano tratti in inganno dall’odore di carne putrefatta. Non sempre si trattava di cadaveri. In alcuni casi era la carne andata a male nei frigoriferi ancora incastrati tra le macerie. Un depistaggio che faceva tremare le vene ai polsi al solo pensiero.

La radio dava una compagnia fastidiosa. Era chiaro che le redazioni non sapevano che pesci prendere e che quello che a lei fino a quel momento era sembrato ignoto, al confronto era un pozzo di scienza. La casa dello studente per una decina di minuti fu quella di Roma, poi il satellite immaginario che nella mente di Fausta stava pian piano localizzando quella catastrofe irreversibile, si concentrò su via XX settembre. Sentì la voce di Eleonora durante una corrispondenza. Aveva dunque fatto l’alba, come spesso le raccontava. Magari si era svegliata un po’ dopo di lei. Un tran tran ordinario, mentre a tre chilometri da Fausta la gente era finita schiacciata dal peso della sua casa. In redazione aveva di certo appreso subito la notizia, cercato di mettere insieme un po’ di informazioni e costruito un servizio. Di tutto questo impegno a Fausta interessava solo una cosa: sapere se l’autostrada era aperta e le gallerie che attraversavano le montagne sufficientemente sicure da consentirle di andar via da quell’inferno. “Ele, sono Fausta. Sono a L’Aquila…”. Giornalisticamente parlando, una bomba. “Fammi sapere per favore se riaprono la Roma-L’Aquila. Voglio tornarmene a casa” fu il succo della conversazione, al netto delle richieste inevitabili di dettagli dell’amica.

Arrivò la luce. La temeva. Nella notte e nel buio c’era l’alibi di starsene nell’ozio, per quanto disperato fosse. Il giorno voleva dire ingegnarsi per capire come si usciva da quella situazione che diventava ora dopo ora sempre più incomprensibile. Eppure, drammaticamente, sempre più chiara.

Di terremoti ne aveva vissuti tanti. Ma questa volta era diverso. Aveva capito da subito che era diverso. Avrebbe lasciato il segno.

Rientrò a casa con suo padre. Il boato c’era stato. Se ne rese conto in quella manciata di minuti in cui restò in un’allerta convulsa. Fu il motore di una moto accesa all’improvviso a rievocarglielo e a farla sussultare.

Di certo, quelle poche ore che la separavano dal momento che avrebbe dato una scossa alla sua vita, sarebbero state le ultime ore di vita dei pensieri superflui. Delle preoccupazioni inesistenti, dei falsi problemi. Qualcuno aveva perso tutto in pochi minuti. Lamentarsi perché non trovava una maglietta nel confusionario armadio non era mai più consentito da quel momento e per sempre.

Il terremoto l’aveva svegliata, e non era più la stessa. Durante le scosse di assestamento, nei giorni che seguirono, il suo mondo si era ribaltato: non capiva perché il lampadario si muoveva – e c’era stata una scossa del 4° grado- e sentiva tremare tutto, mentre tutto era rimasto fermo. Le cose che agli altri sembravano incomprensibili, ai suoi occhi erano ben chiare. Una specie di rivoluzione Copernicana. Una sveglia. Come quella del cellulare che la fece trasalire alle 8 del mattino. Doveva essere sul comodino. Ed era nel porta oggetti di un’auto in attesa di chissà cosa. Nel parcheggio di periferia della sua infanzia.

Paola Toscani

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