BIMILLENARI – NEL 13 D.C. OVIDIO SOGNAVA ANCORA UN RITORNO. POI…

672

“MI PARVE DI UDIRE UN FRULLO D’ALA ALLE SPALLE”

13 GENNAIO 2013 – Non si tratta di abusare di un anniversario per ridare vita a cose morte. L’occasione è così densa di spunti eccezionali da meritare di essere raccolta e, chissà, rilanciata.

E poi non siamo in presenza di un decennale, né di un centenario, ma proprio di un bimillenario. Duemila anni compiono in queste settimane, in questi mesi, alcune tra le “Lettere dal Ponto” (Epistulae ex Ponto) che Ovidio scrisse da Tomi per perorare, lui che aveva disdegnato di seguire la carriera forense del fratello Lucio, la causa del suo ritorno a Roma. Cerca tutti gli argomenti, logici e sentimentali, per rientrare in quella che chiama la sua “patria”, o almeno per avvicinarsi alla civiltà dalla quale lo aveva allontanato l’editto di Augusto. E’ un uomo vicino ai sessanta anni: è preoccupato di non rivedere più la moglie Fabia, i suoi tanti amici, la vita della città invincibile.

Procedendo con ordine, dobbiamo collocare proprio nel 13 d.C. il periodo nel quale Ovidio scrive la quarta lettera del libro quarto: come riportato nel testo che si può leggere nella sezione “Poesia” di questo sito, l’anno successivo sarebbe stato quello dell’ascesa al soglio di console da parte di Pompeo Sesto; e sappiamo che questi intraprese il consolato nel 14 d.C.

Quando il mese sacro a Giano caccerà dicembre…

Come in altri passi, Ovidio usa una locuzione elegante per significare che Gennaio, mese sacro a Giano bifronte, “caccerà dicembre”. Nella lettera successiva, la quinta, il Sulmonese riferisce di aver già trascorso cinque anni nella relegazione di Tomi (che sappiamo essere incominciata nell’8 d.C.); dunque, i duemila anni sembra si compiano oggi anche per questa che costituisce una delle ultime opere del Vate. Ma un diverso spunto consente di precisare che per questo sesto componimento in versi si debba parlare del 14 d.C., in quanto Ovidio scrive della morte di Cesare Augusto (che sappiamo essere intervenuta il 19 agosto 14). La incongruenza può essere spiegata nella sfasatura del conteggio degli anni, in quanto per il trasferimento da Roma a Tomi Ovidio impiegò sei mesi, tra l’altro passando anche nelle terre allora governate dallo stesso Sesto Pompeo che gli ha fornito un aiuto economico consistente e non l’ha abbandonato neppure dopo i fulmini scagliati da Augusto.

…e quando Pompeo diventerà console

Lacerante è rappresentarsi un Ovidio pieno di speranza, che in apertura di quella quarta lettera, prossima a compiere duemila anni, ricorre ad un espediente scenico per riferire come, passeggiando sulla spiaggia di Tomi (attuale Costanza), abbia sentito un “frullo d’ala” alle sue spalle ed abbia visto manifestarsi la Fama, cioè la portatrice di tutte le notizie (ne riportiamo un racconto in “Descrizioni ovidiane: la Fama che tutto controlla”, nella sezione OVIDIO di questo sito). Viene, così, a sapere della imminente investitura di Pompeo a console e partecipa alla letizia di tanto avvenimento come solo un amico sincero può partecipare: “Lontano, questo è possibile, ti vedrò con la mente: / essa vedrà il suo amato console in volto”. E si dice sicuro che dall’alto del suo ufficio l’amico di sempre potrà ottenere il perdono di Augusto, o la commutazione della pena.

Poi anche Augusto morì

Tutte speranze vane: lo stesso Massimo, della potente famiglia dei Fabi, che aveva interceduto presso Augusto, morirà nel 14 e gli ultimi tre anni di vita Ovidio li trascorrerà senza speranza, come leggiamo in una lettera successiva : “La mia vita mi è odiosa, e mi auguro solo / d’andarmene ovunque purchè via di qua. / La meta non mi interessa: ogni terra mi sarà / più gradita di quella che vedo adesso”.

Il Sulmonese non penserà più al festoso ritorno a Roma, ma alla preparazione alla morte, che affronterà virilmente come riferisce nella lettera decima: “Il tempo vorace tutto distruggerà, non me: / la mia resistenza vince anche la morte”. Troverà conforto e ragione di vita ancora nella poesia, anche se dichiarerà di non essere all’altezza di correggere quello che riesce a scrivere (non ne ha l’animo): “Perchè racconto tutto questo a Pedone, / a che serve dire ogni cosa in dettaglio? / Così ho trattenuto l’angoscia e ingannato il tempo. / Questo è il guadagno dell’ora presente. / Scrivendo questo, ho evitato il dolore di sempre, / non mi sono sentito più in mezzo ai Geti”.

Please follow and like us: