Casciani lascia un vuoto immenso

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IL PD NE CHIEDE LA TESTA MA POI RIPENSA A TUTTO IL BENE CHE HA FATTO

4 FEBBRAIO 2016 – Rullano i tamburi dopo le dichiarazioni del presidente del consiglio comunale, Casciani,

che si è sentito minacciato dal Pd. Il partito più vellutato degli ultimi quindici anni di politica nazionale e locale, quello del “ma anche” di Veltroni, il refugium peccatorum dei democristiani più adusi all’intrallazzo e al bicameralismo (nel senso di stare sempre in due ambiti diversi di trattative), ha puntato i piedi e ha detto che, se un’altra giunta si deve fare, se va ridiscusso tutto l’impianto collaborativo, Casciani e l’assessore Goti debbono tornare sui banchi da semplici consiglieri. “Se debbo lasciare da presidente del consiglio – in sintesi ha detto il tutto d’un pezzo Casciani – lascio anche da consigliere”. Pare che al Pd questa risposta non se l’aspettassero e si siano messi a piangere.

“Come facciamo senza Casciani?” sembrano già tormentarsi i più che tormentati “Dem”. E chi lo dice all’elettorato che Casciani non siederà più a Palazzo San Francesco? Dovrà abbandonare proprio il piano superiore di quel cortile dove fece l’ingresso trionfale mentre il maestro d’orchestra aveva incominciato il concerto e lui si andò a collocare in prima fila per sottolineare che i posti erano riservati a lui? Dove lo prendiamo il precursore del bon ton politico, quello che ha interrotto una seduta consiliare facendo valere la sua prerogativa di aprire e chiudere l’aula magna come fosse la dispensa di casa sua, pur se il sindaco lo implorava di non arrabbiarsi e di continuare perché aveva qualcos’altro da dire non da usciere, ma da sindaco? Chi, al posto suo, chiederà di pagare per l’occupazione dell’aula consiliare da parte del manipolo di Sulmonesi coraggiosi che combattevano perchè la città non perdesse il “punto nascite” all’Ospedale? Uno come lui, che non le manda a dire e che chiarisce che per la cultura si cambierà verso, tanto che si gira dall’altra parte se la statua di Ovidio viene decorata di una corona di aglio in testa, non potrà mai essere soppiantato da un Ezio Mattiocco qualsiasi, da un Fabio Maiorano che pure potrebbero dare tanto, tranne la corona di aglio sul Vate.

“Che sarà di noi, spogliati di cotal esempio di uomo, di politico, di inflessibile facilitatore delle regole parlamentari e consiliari?” ancora singhiozzano gli eredi del partito che fu di Gramsci. Invece di dire a Casciani che in democrazia comanda chi ha i numeri e, nel momento nel quale si decide di mandarlo fra i banchi del “consiglio” da semplice consigliere, lui ci deve andare, il Pd è scompaginato dal ringhio del presidente  quasi defenestrato. Se il Partito fosse stato ancora di Togliatti, una purga non gliela avrebbe negata nessuno per questi rumorosi rigurgiti di arroganza; anzi il fedele collaboratore di Stalin avrebbe telegrafato per sapere se ci fosse stato un posto nei gulag o se i cingoli del carri armati di Budapest avessero potuto aggiungere un numero alle centinaia di massacrati nel 56. Ma è il partito di Rapino, che dice: “Fermi tutti, sentiamo cosa pensa Gerosolimo prima di defenestrare e prendiamoci le pernacchie e le condizioni di Casciani”.