PRESENTATA A SULMONA L’ENCICLOPEDICA RICERCA DI MARCO PATRICELLI SULLA BRIGATA MAIELLA – LE CRONACHE DELLE BATTAGLIE CON LA FRESCHEZZA DELLA PENNA DEL CRONISTA E L’ESAME DELLE QUESTIONI GIURIDICHE NELLA GUERRA TRA ALLEATI E TEDESCHI
4 DICEMBRE 2021 – Marco Patricelli (nellafoto del titolo) ha presentato ieri a Sulmona il suo ultimo lavoro di ricerca e commento sui fatti della seconda Guerra mondiale in Abruzzo: “Brigata Maiella – L’epopea dei patrioti italiani dell’8^ Armata Britannica”, 461 pagine, edito da Rusconi, con un indice di nomi di 28 pagine e una bibliografia di 20 pagine.
Più ci si allontana dall’epoca degli avvenimenti descritti, più ci si avvicina all’operazione impervia di scrivere la Storia. E Marco Patricelli, che è stato giornalista di una prestigiosa testata, “Il Tempo” quasi sempre controcorrente nella ricerca della Storia, diversa dalle storie e storielle, e che oggi ha il metodo dello storico maturo, affinato in numerosi testi, conferma con questo ponderoso testo che si può scrivere il bilancio di una guerra solo se a leggere e interpretare i documenti non sono le generazioni che hanno combattuto, né i sopravvissuti che pure non hanno partecipato alle battaglie, ma erano immersi nel contesto avvolgente degli affetti e degli interessi, di quello che si è perso ingiustamente e di quello che ha arricchito ingiustamente.
Finora non si poteva parlare della “Brigata Maiella” se non in termini di assoluta esaltazione, al punto che, come è accaduto a Sulmona negli anni d’oro della editoria partigiana ancora combattente, si è giunti a diffamare l’esistenza di un onesto cittadino, ormai scomparso da tempo e definito “spia fascista”, per far risaltare la discutibile opera di un aderente alla “Brigata Maiella”. Fu il figlio del diffamato a rivolgersi alla Giustizia, ottenendo la condanna del “combattente”, che resse fino davanti alla Corte di Cassazione. Dunque, nel difficile lavoro che Marco Patricelli si è ritagliato, una parte non insignificante sarà stata quella di cancellare documenti inattendibili e di verificare quelli autentici, con il rigore che ormai lo anima forse da più di trent’anni su questo versante.
Per esempio, riporta la formula dell’arruolamento, adottata da Ettore Troilo e da una quindicina di primi volontari nel castello di Casoli (pag. 134): “I sottoscritti volontari italiani dichiarano di essere disposti a partecipare alle azioni ed operazioni militari per la liberazione dei paesi della Majella, obbligandosi a sottostare a tutte le leggi del Superiore Comando Alleato”. L’autore annota subito che “Quell’obbligo segnava il punto di non ritorno e scindeva totalmente la vicenda dei maiellini da quella delle formazioni partigiane”. Quindi, per evitare di recare un’offesa proprio a quelli che aderirono alla “Brigata Maiella” con lo spirito autentico, va rimossa la definizione, nei loro confronti, di “partigiani” e, tanto più quella di “comunisti” che hanno ridato all’Italia la dignità di democrazia, perché se si collocarono nell’ambito della collaborazione con gli inglesi e con gli americani, certamente non potevano per costoro rappresentare una componente che anche solo ideologicamente (e non ancora sotto il profilo militare, vista la distanza dell’Armata Rossa dal territorio italiano) si rifacesse ai soviet.
E del resto dalle classificazioni arbitrarie Patricelli prende le distanze già nella premessa, quando parla di “valorizzazione postuma artificialmente inserita nel fenomeno partigiano al quale non era mai appartenuta” la Brigata Maiella; o di “strumentalizzazione del vissuto per legittimare persino il mito apocrifo della canzone “Bella Ciao”, che quasi sicuramente nessun partigiano cantò durante la guerra ma che certamente non cantarono mai i maiellini ai quali si vorrebbe ora addirittura far risalire la “paternità” della diffusione di un inno che non è affatto espressione storica del movimento ma creazione postuma”.
Per l’Abruzzo e per la Brigata Maiella non si poteva neppure parlare della contrapposizione tra partigiani comunisti e cattolici, che a Porzus portò alla criminale impresa di Marco Toffanin e della sua soldataglia: l’uccisione di vari componenti della “Osoppo”, tra i quali Francesco De Gregori, zio del cantautore, e di Guido Pasolini, fratello dell’autore di “Ragazzi di vita”. Per questo Toffanin fu condannato all’ergastolo nel 1952 e fu sempre protetto nella sua vile fuga per evitare di pagare il prezzo dei suoi crimini, in Jugoslavia e in Cecoslovacchia, fino alla protezione più scandalosa, quella di Sandro Pertini che nel 1978, appena diventato presidente della Repubblica e senza che il criminale di guerra avesse scontato un giorno di carcere, gli concesse la grazia. Proprio questo, e anche questo, Marco Patricelli riporta (pag. 349) nella sua imponente raccolta di fatti e avvenimenti che hanno caratterizzato gli anni dal 1943 al 1945. E il merito di studioso forse è ravvisabile nella capacità di inquadrare una correlazione tra i fatti tragici e le regole che avrebbero dovuto impedire quelle tragedie. Per esempio, per la strage di Pietransieri, a proposito della quale troviamo riportati i passi della Convenzione dell’Aja del 1907 e quelli dell’ordine del Feldmaresciallo Kesserling, cioè le istruzioni per il caso che civili fossero trovati nei teatri delle operazioni militari (tale era la ritirata dei tedeschi, con gli sbarramenti che venivano realizzati per impedire l’avanzata degli eserciti sbarcati al Sud). Le spie contro le quali Kesserling ordinava di sparare non potevano essere altri da coloro che, agendo in clandestinità o sotto falsi pretesti, raccoglievano o cercavano informazioni nella zona di operazioni di un esercito belligerante “con l’intenzione di comunicarle alla controparte”, come recita testualmente la Convenzione dell’Aja (art. 29, riportato a pag. 120 dell’opera di Patricelli), che comunque stabiliva: “la spia presa sul fatto non potrà essere punita senza preventivo giudizio”. Nessuno potrà mai sostenere che i 128 inermi abitanti di Pietransieri fossero spie, o che soltanto stessero raccogliendo informazioni. E nessuno ha mai sentito anche solo muovere l’accusa, in una parvenza di processo prima dell’esecuzione, del reato di spionaggio gli uomini, le donne e i bambini (anche di un anno) raggruppati prima delle sventagliate di mitra.
Di certo il libro sulla Brigata Maiella non è un trattato giuridico e, quindi, deve molto concedere alla descrizione delle operazioni che caratterizzarono su tutto il territorio abruzzese il confronto tra Alleati e Tedeschi e tra Tedeschi e patrioti della Maiella. E scorrendo le pagine che l’autore riserva a queste narrazioni si apprezza la freschezza ancora incontaminata di racconti fascinosi, di gesti eroici anche nelle retrovie, se con questo termine si possono definire i mille esempi di dedizione assoluta alla “pietas” della accoglienza e del salvataggio di sconosciuti appena usciti dal campo di prigionia di Fonte d’Amore a Sulmona (come a quelli di altri luoghi della regione). E’ una grande visione di insieme che per la prima volta sembra davvero enciclopedica e omnicomprensiva, quando a parlare di quegli avvenimenti non sono più i protagonisti o quanti hanno interesse a forzare la verità storica. Affinchè, come ha scritto Giampaolo Pansa nelle sue rivisitazioni sulla guerra civile in Italia, anche quelli che combattevano “perché qui si fa l’Italia o si muore, dalla parte sbagliata” (locuzione di Francesco De Gregori ne “Il cuoco di Salò”) possano riposare in pace.






