CONCLUSE LE REPLICHE DI UN CAPOLAVORO DI MOZART

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LA “CLEMENZA DI TITO” E LA DEFINIZIONE DI UNA IMPERATRICE

21 LUGLIO 2013- Gli studenti del “Centre for Opera Studies in Italy” (COSI) hanno mandato in scena, per l’ultima replica, al cortile di Palazzo San Francesco una “porcheria tedesca”.

Autore fu Wolfgang Amadeus Mozart; autrice della definizione fu l’imperatrice Maria Luisa di Borbone (nella immagine a sinistra). In oltre due secoli la critica si è un po’ allontanata dal giudizio dell’Infanta di Spagna, cui è toccato il destino di tutti quelli che hanno cercato di ostacolare o di offendere il genio di “Amadè”, dalla imperatrice d’Austria Maria Teresa a Salieri, al vescovo Colloredo di Salisburgo, a molti, moltissimi di più di quanti si possa credere, militanti in un esercito che fino al 5 dicembre 1791 cercò in tutta Europa di far vincere la mediocrità, la prudenza, il servilismo; poi, dal giorno successivo a quella notte nella quale “Wolfi” (come lo chiamava la moglie Costanza) lasciò incompiuto il “Requiem”, il suo astro brillò per tutti.

Il genio della velocità cinque mesi prima di morire

Solo cinque mesi prima si era avventurato nella composizione della “Clemenza di Tito”, appunto l’opera che sarà rappresentata domani al municipio; il suo impeto, la capacità di Mozart di raccogliere negli ultimi mesi di vita tutto quello che dai primi mesi di vita gli aveva impresso il padre Leopold (quasi un segno di un inizio e di una fine annunciata, comunque da lui profondamente sentita come prossima), gli consentirono di scrivere le musiche per quel dramma di Metastasio (“tradotto” da Costantino Mazzolà) fino all’inizio di settembre, addirittura mentre scriveva il “Flauto magico” e, particolare ancora più sorprendente, anche in carrozza mentre si spostava da Vienna a Praga, e in ogni ritaglio di tempo, forse anche lasciando musicare i recitativi secchi da Franz Xaver Sussmayr, suo allievo che ha poi completato il “Requiem”. Ma questa “Clemenza” ha del miracoloso, se si pensa che, nella confusione degli ordini e dei committenti, Mozart seppe di una sorpresa solo qualche giorno prima che l’opera andasse in scena in onore dell’imperatore Leopoldo d’Austria: il cantante scritturato per la parte di Sesto non era un tenore, ma un soprano, quindi un castrato. Nessun problema, per chi può: di lì a poche ore lo spartito cambia; e di certo non ne è uscita una “porcheria”, anzi probabilmente sarà stato anche migliorato.

Una analisi psicologica che mancava da molto

Occasione grande quella della settimana appena trascorsa per ascoltare questo lavoro a Sulmona, dove non ci risulta sia stato proposto  negli ultimi decenni. E’ un’opera di profonda introspezione psicologica, sulla disponibilità e “pietas” del principe e sulla ingratitudine dei sudditi, forse anche sulla tristissima constatazione che anche il principe perfetto non troverà mai pace e fedeltà. Sembra quasi un teorema per dimostrare che, in fondo, il potere può essere brutale e dispotico perchè quello perfetto ed etico sarebbe spazzato via.

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