E il rischio sismico dove lo mettiamo?
SULMONA, 6 novembre – Nove mesi dopo, al cinema “Pacifico” di Sulmona tornano ad echeggiare allarmi fondati sulle probabilità di un evento sismico importante a Sulmona. Era stato il convengo del Rotary ad attivare il primo, serio campanello di allerta agli amministratori pubblici per considerare la prevenzione come unica risposta alla realtà sismica della città di Sulmona e dell’area circostante.
Oggi il convengo “Il terremoto da rischio ad opportunità”, voluto dal “Progetto M 6.5”, ha trattato, sì del famoso “Rapporto Barberi”, tanto ponderoso quanto non consultato compendio scritto tra il 1995 e il 1999, ma ha approfondito anche le strade per non lasciare incompiuti i primi, consistenti sforzi di consolidare il patrimonio immobiliare: generosi tentativi che seguono, sulla stessa linea, le riparazioni del dopo-terremoto del 1984 (quelle, per intenderci, che dopo 26 anni non sono state ancora del tutto effettuate…).
L’arch. Consorte, sotto questo profilo, è stato molto chiaro nel prendere in esame i finanziamenti della Regione, attraverso, per esempio, i Fondi per le Aree Sottoutilizzate ( i “FAS”) che sono per il momento quelli più cospicui, anche se il pubblico presente (ancora un pienone, dopo quello di febbraio) ha dovuto prendere atto che le procedure, per adesso, sono ben lontane dalla realizzazione.
Il panorama, è bene dirlo, è desolante, perchè nella stessa Chieti gli edifici pubblici in cemento armato che si sbriciolerebbero con una scossetta poco più forte di un assestamento, sono cento, sempre a stare alle rivelazioni scioccanti del prof. Barberi; e dovunque, quindi anche a Sulmona, la media di rischio alto è di 1 edificio ogni 5, mentre la media di rischio medio-alto è di 1 edificio su 3, con le vette per gli edifici che si trovano lungo le strade prossime a scarpate.
Venendo proprio al “caso” di Sulmona, le analisi elaborate (e poi si parla di dati sconosciuti e di conseguenza incertezze degli amministratori) sono precise al punto tale da rivelare che il centro storico subirebbe un destino diverso da zona a zona.
Ma le direttrici di intervento sono talmente diversificate che l’impressione da trarre finora è che necessita un serio lavoro di coordinamento, perchè i finanziamenti per il patrimonio archeologico e culturale si intrecciano con quelli predisposti ad altro fine, magari senza una effettiva consapevolezza della proprietà del patrimonio da conservare e della stessa entità: “Si può immaginare cosa accadrebbe se un terremoto devastante interessasse, per esempio, un museo che non sia stato ancora inventariato secondo sistemi digitali de localizzati” si è interrogato qualcuno.
La domanda più rilevante ha riguardato la realizzazione di un metanodotto, quello che doveva essere “adriatico” proprio perchè inizialmente “pensato” sulla costa ed ora di imminente realizzazione lungo la dorsale appenninica, incastrato tra una faglia e l’altra. “Potrebbero esserci metodi e sistemi per prevenire le conseguenze di un disastro, come accade per tutte le altre infrastrutture ed un esempio è la conduttura che attraversa l’Alaska” si è osservato dal tavolo dei relatori. “Ma quello è un oleodotto di superficie, mentre il metanodotto che attraverserebbe la Valle Peligna sarebbe scavato a cinque metri di profondità” ha ribattuto l’ambientalista Mario Pizzola.
Anche questo va inserito nel rischio, sebbene questo non sia il principale motivo per fare prevenzione: la soluzione del problema va ricercata nella classificazione delle costruzioni e nell’inasprimento delle misure per la sicurezza degli edifici. L’esatto contrario di quanto è successo all’Aquila, che è stata classificata zona sismica di seconda categoria pur avendo subito un evento disastroso “appena” tre secoli fa. Forse neanche questo esempio di macroscopica disamministrazione e malaffare servirà a rendere le costruzioni più sicure, pur con le decine di milioni di euro che si potrebbero trovare anche subito.





