DALLA VALLE DELL’ATERNO A QUELLA DELL’AVERNO

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ISOLATA E INSELVATICHITA, POTREBBE PROGETTARE IL SUO FUTURO MA VIENE TENUTA SOTTO VETRO. E LA LEGA NORD ALLE EUROPEE HA PRESO IL 9%

21 LUGLIO 2014 – Quando si sente parlare di “sviluppo delle aree interne” bisognerebbe sperare che almeno non si raggiungano i vertici del sottosviluppo.

Sono stati fatti proclami quasi mensili negli ultimi tre o quattro anni e mai come adesso la provincia dell’Aquila è stata sull’orlo dell’abisso, tutta protesa, al vertice amministrativo, ad assecondare le aspirazioni di ricostruzione del capoluogo.

La Valle Subequana e quella dell’Aterno sono ridotte a lande dove è difficile anche contrastare la criminalità più semplice da contrastare: quella dei furti di rame, cui si aggiungono, rispetto alla tendenza di mille altri circondari d’Italia, quelli di meno costose componenti per l’edilizia. Circa un mese fa si è raccontato di sconcertanti furti commessi in case isolate mentre i Carabinieri inventariavano il furto appena scoperto; c’è stato anche il caso di un gruppo di vigilanti, cioè di quelli che si organizzano per stanare i ladri notturni, che avrebbero voluto linciare alcuni sospettati. E le cronache giornalistiche hanno riferito di una paradossale fuga dei sospettati nella caserma dei Carabinieri per cercare riparo.

La Lega di Matteo Salvini ha riscosso il 9% dei voti a Secinaro, un paese che non dovrebbe avere da spartire neppure una foglia con la mala pianta della xenofobia e, invece, comincia a coltivare il suo alberello. Tra l’altro, proprio leghisti i subequani non sono mai stati, se ogni anno organizzano una rievocazione del brigantaggio per celebrare gli ultimi sussulti di un Regno delle Due Sicilie che non è stato malefico e usurpatore come la Repubblica. Del resto, i ladri hanno raggiunto una tale spudoratezza da vagare nella notte a piedi per non farsi individuare a bordo delle auto con i fari accesi; e valli a prendere al chiaro di luna.

Viene ripulito tutto, persino i materiali che furono acquistati con sacrifici e con speranze di costruire una casa nuova e funzionale, per vivere nella Valle alle pendici dell’immenso e dimenticato Monte Sirente (nella foto del titolo). Quelli che si sono riempiti la bocca di preannunci di misure per consentire che la gente rimanga nei territori montani non fanno niente per rimborsare decentemente e con tempi accettabili gli agricoltori che si sono dati alla coltivazione del prezioso e richiesto grano di solina e che in una notte hanno visto frantumare dai cinghiali, dai cervi e dai caprioli, il sogno del raccolto: se i terreni sono compresi nell’area del Parco Naturale del Sirente, i rimborsi sono integrali, ma se stanno fuori di questo cerchio magico la Provincia dà, quando vuole, un magrissimo  20% del danno peritato.

Qualcuno che si è avventurato a spaventare i cinghiali, penetrati nel campo recintato, ha dovuto assistere alla devastazione di tutto il recinto, spinto da quattro o cinque bestioni che hanno divelto pure i dieci pali dove era attaccata la recinzione. La Strada Tiburtina, fino a qualche decennio fa cardine della viabilità per la Marsica e per Roma, è chiusa da due mesi da Raiano a Molina Aterno e non si vede la fine dei lavori che l’Anas prima faceva in una settimana. Per rifornirsi di benzina occorre arrivare a Raiano, cioè a 35 chilometri, oppure a Rocca di Mezzo. Insufficiente com’è, la linea ferroviaria da Sulmona all’Aquila viene per giunta chiusa per tutto il mese di agosto.

Non è un “Far West” questo? E la Provincia, oltre a proclamare di non avere fondi, non ha neanche un progetto per sperare che la situazione cambi quando, fosse anche per una congiunzione astrale, arriveranno i soldi. Sembra che tutto l’ambiente del Sirente, dove si giunge dopo aver attraversato Goriano, Castel di Ieri, Gagliano Aterno, Secinaro, si trovi sott’olio, in attesa di essere valorizzato pure esso quando ci saranno i soldi. Ed è tutto incontaminato il piano sul quale incombono le moli dolomitiche delle rocce, inconsuete per i monti abruzzesi. Ci sono specie animali e floreali che la dolcezza del posto incentiva, al contrario dello scenario di Campo Imperatore, certo molto suggestivo, ma aspro ed inospitale. Nel laghetto le rane si vedono spuntare e mostrano il verde intenso che le ricopre. Sembra proprio che se la spassino e non chiedano altro. Eppure stanno in un posto magico, un laghetto che sarebbe stato originato dal meteorite che, passando su Roma durante la battaglia tra Massenzio e Costantino, nel 312 d.C. avrebbe poco sportivamente (con un atteggiamento non consono ad un elemento celeste) parteggiato per l’iniziatore del potere temporale proclamandogli “In hoc signo vinces”. E poi si sarebbe inabissato in questo Eden; magari, chissà, voleva dire a Costantino che, dopo aver vinto, doveva costruire Costantinopoli sotto il Sirente, invece di spaccare l’Impero in due e volgersi in Turchia. Questo è inutile chiederlo alle rane.

Insomma tutto sembra sotto vetro, per venire protetto; ma in modo diabolico, perché lo sviluppo della coltivazione del grano solina, i tartufi, la riscoperta dei templi dell’età classica (e la loro salvaguardia con coperture avveniristiche come è accaduto a Castel di Ieri), lo stesso ripopolamento della fauna selvatica, sono tutti obiettivi già raggiunti. Servirebbe solo che qualcuno, alla Provincia e alla inutile Regione, pensasse di più al territorio e meno al capoluogo: per togliere da sotto vetro un circondario bellissimo al quale tutti i legami con la vita sono stati tagliati.