OVIDIO VA ALL’UNIVERSITA’

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L’EPISODIO DI ATTEONE TRA “RUPI E DIRUPI” (ABRUZZESI?)

I APRILE 2013 – Nei sentieri delle Metamorfosi di Ovidio si colloca un altro allestimento di Thiasos Teatro Natura, mercoledì alle ore 11 all’Università Roma Tre.

E’ l’ episodio della dolorosissima fine del nipote di Cadmo, Atteone (nell’olio su tela in alto: “Diana e Atteone” di Marcantonio Franceschini, 1692-1698 ca., Vienna, Collezione Liechtenstein; nell’olio su tavola in basso: Diana e Atteone,  di Joachim Wtewael, 1607, Vienna,  Kunsthistoriches Museum), che, incolpevole, assiste al bagno di Diana mentre la dea si immerge ed esce senza veli da una delle sorgenti a lei familiari lungo i tragitti della caccia. Per quanti si appassionano a cercare un riscontro dei luoghi descritti da Ovidio, si possono suggerire gli scenari del Parco Nazionale, con le alture scoscese nelle quali si incontrano cervi e camosci, ma anche i predatori di allora e di oggi: lupi e, in sparuta minoranza oggi, cani da caccia (oltre i limiti dell’area protetta). Ovidio giunge anche a tracciare delle scorciatoie che alcuni cani seguono rispetto a quelli che erano partiti prima, nella rincorsa a quell’obiettivo, il cervo, oggi più che mai tornato presente nel cuore dell’Abruzzo. E’ una ulteriore smentita di quello che, forse per un “error”, disse un preclaro docente all’Auditorium dell’Annunziata tre o quattro mesi fa, in merito alla assenza, nell’opera di Ovidio, di descrizioni delle montagne. Non è solo una descrizione, è una immersione nel verde dei boschi (abruzzesi?) e delle stesse insidie della natura (“rupi e dirupi e rocce inaccessibili”).

E’ importante questo passo delle Metamorfosi, perchè Ovidio, ancora inconsapevole del suo futuro (siamo al 3 o 4 d.C.) e quasi preso da una premonizione (la partenza improvvisa per Tomi è dell’8 d.C.), indica la differenza tra delitto ed errore, sulla quale dovrà tornare più e più volte nelle “Epistulae ex Ponto” e nei “Tristia”: Atteone ha visto qualcosa che non doveva vedere, cioè Diana nuda, così come egli stesso dirà di essere stato condannato alla relegazione di Tomi per un “carmen” e per un “error”, per quello che videro “ i miei occhi”.

L’”attacco” di questo episodio è suggerito dalla considerazione profonda sulla felicità di Cadmo: “è proprio vero che bisogna sempre aspettare l’ultimo giorno, aspettare la morte e il funerale, prima di dire che uno è stato felice”, perchè Cadmo appariva come uno degli uomini più felici e…

“Il primo dolore, Cadmo, in mezzo a tutta quella felicità, ti fu causato da tuo nipote, con le strane corna che gli crebbero sulla fronte, e da voi, cani che vi saziaste del sangue del vostro padrone. Ma a ben guardare si vedrà che fu per colpa della sorte, non per un suo delitto. Che cosa infatti poteva esserci di delittuoso in un errore?

“C’è un monte macchiato da uccisione di selvaggina d’ogni specie, e già il mezzogiorno aveva contratto le ombre delle cose e il sole era equidistante dai suoi due limiti, quando il giovane Atteone, del paese degli Ianti, si rivolse con placide parole ai suoi compagni di caccia, che si aggiravano per forre solitarie: “Compagni, le reti e le armi sono madide di sangue di bestie. E’ stata una giornata fortunata; può bastare. Quando l’Aurora sul suo cocchio giallo porterà il nuovo giorno, ci rimetteremo all’opera. Ora il sole è ad uguale distanza da una meta e dall’altra e spacca i campi con le sue vampe. Fermatevi e togliete le reti nodose”. Gli uomini fanno come lui comanda, e sospendono la caccia.

“C’era una valle tutta coperta di picee e di aguzzi cipressi, chiamata Gargàfia, sacra a Diana dalle vesti succinte. In fondo a essa, nel più folto del bosco, c’era una grotta, perfetta, ma non per arte umana; la natura, col suo estro, aveva fatto un lavoro che pareva artificiale: con pomice viva e tufo leggero aveva costruito spontaneamente un arco. A destra fruscia e luccica una fonte d’acqua trasparente, con la larga sorgente incorniciata da un bordo erboso. Qui la dea delle selve, quando era stanca di cacciare, era solita spandere puri fiotti sulle sue membra di vergine.

“E anche ora essa giunse. Alla ninfa che le fa da scudiera consegna il giavellotto, la faretra e l’arco allentato; si sfila la veste, che un’altra accoglie sulle braccia; due le tolgono i sandali dai piedi, mentre Cròcale, figlia dell’Ismeno, più esperta di loro, le raccoglie in un nodo i capelli sparsi sulle spalle, per quanto personalmente li tenga sciolti. Nefele, Iale, Rànide, Psècade, e Fiale attingono acqua con anfore capaci e gliela versano addosso. Mentre Diana si bagnava lì alla solita fonte, ecco che il nipote di Cadmo, prima di riprender la caccia, vagando più o meno a caso per il bosco che non conosceva, arrivò in quel sacro recesso: ce lo portò il destino. Appena entrò nella grotta stillante della sorgente, le ninfe, nude com’erano, alla vista del maschio si batterono il petto e riempirono tutto il bosco di urla improvvise, e corsero a disporsi intorno a Diana e la coprirono con i propri corpi. La dea, però, più alta di loro, le sovrastava tutte dal collo in su.

“Quel colore purpureo che prendono le nuvole contro cui si rifrange il sole, o che ha l’aurora, quel colore apparve sul volto di Diana sorpresa senza veste. Benchè premuta da ogni parte dalla folla delle compagne, pure torse il busto di fianco e girò indietro il viso. Non aveva a portata di mano le frecce, come avrebbe voluto; prese l’acqua, che aveva lì, ne inondò la faccia dell’uomo, e inzuppandogli i capelli col fiotto vendicatore disse queste parole, presagio d’imminente sventura: “E ora racconta di avermi visto senza veli, se ci riesci!” Non profferì altre minacce. Dette al capo spruzzato corna di cervo longevo, allungò il collo, appuntì in cima le orecchie, cambiò le mani in piedi, le braccia in lunghe zampe, e ammantò il corpo di un pelame chiazzato. E aggiunse la timidezza.

“Fuggì via l’eroe figlio di Autònoe, e mentre fuggiva si stupì di essere così veloce. Quando poi si vide nell’acqua quel muso e le corna, “Povero me!” voleva dire; non uscì nessuna voce. Emise un gemito: quella fu la voce, e le lacrime scorsero giù per il volto che non era più il suo. Gli restava soltanto la mente d’un tempo. Che fare? Tornare a casa, alla reggia, o nascondersi per i boschi? Quello glielo impediva la vergogna, questo la paura. Mentre stava lì incerto, lo avvistarono i cani. Per primi Melampo e Icnòbate dal buon fiuto dettero il segnale con un latrato – Icnòbate di Cnosso, Melampo di stirpe spartana. Poi si slanciarono gli altri, più veloci del vento rapido: Pànfago e Dorceo ed Orìbaso, tutti e tre dell’Arcadia, e il prode Nebròfono e il truce Terone con Lèlape, e Ptèrela preziosa per i suoi piedi ed Agre preziosa per le sue narici, e il battagliero Ileo colpito di recente da un cinghiale, e Nape concepita da un lupo e Pemènide già guardiana di mandrie ed Arpia accompagnata dai due figli, e Ladone di Sicione, dai fianchi strettissimi, e Dròmade e Cànace e Sticte d Tigri e Alce, e Leucone dal pelo di neve e Asbolo dal pelo di pece, e il robustissimo Lacone con suo fratello Ciprio, ed Arpaalo dalla stella bianca in mezzo alla fronte nera, e Melaneo, e Lacne dal corpo irsuto, e Labro ed Agrìodo nati da padre cretese ma da madre della Laconia, e Ilàctore dalla voce stridula, e altri che ci vuol troppo ad elencare.

“Tutta questa muta lo insegue, affamata di preda, per rupi e dirupi e rocce inaccessibili, per dove la via è difficile, per dove una via non c’è. Lui fugge, per quei posti per i quali spesso li aveva seguiti, ahimè fugge quelli che erano i suoi servitori. Vorrebbe gridare: “Sono Atteone! Non mi riconoscete? Sono il vostro padrone!” Vorrebbe, ma gli manca la parola. E il cielo rintrona di latrati. Le prime ferite gliele infligge sul dorso Melanchète, poi Terodomante; Oresìtrofo gli si attacca a una spalla. Erano partiti più tardi degli altri, ma erano arrivati prima tagliando da un monte. Mentre essi trattengono il padrone, il resto della muta si raduna e gli conficca a gara i denti nelle carni. Ormai non c’è più spazio per le ferite. Lui geme, e lo fa con dei suoi che, anche se non sono umani, pure un cervo non li emetterebbe. E riempie le note balze di tristi lamenti, e ginocchioni volge attorno sguardi smarriti e imploranti, come se tendesse le braccia per supplicare. Invece i suoi compagni aizzano la torma impetuosa con le consuete grida d’incitamento, ignari, e cercano con gli occhi Atteone, e come se fosse lontano fanno a gara a chiamare Atteone (lui gira il capo sentendo il suo nome) e si lamentano che non ci sia e che per pigrizia si perda lo spettacolo della fine della preda. Lui vorrebbe certo non esserci, ma c’è; e vorrebbe assistere, non anche sentire la ferocia dei suoi cani. I cani da tutte le parti attorniano e straziano, affondandogli il muso nelle carni, il padrone dalla falsa figura di cervo. E a quanto si dice, l’ira di Diana che porta la faretra non fu sazia che quando, per le moltissime ferite, gli finì la vita”.

3 aprile 2013 – Università Roma 3, Via Ostiense 234 – Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo- ore 11 – Lezione-performance – Narrazione di Sista Bramini dalle Metamorfosi di Ovidio – musica di Camilla dell’Agnola – Insegnamento di Estetica del Cinema e dei Media (Prof. Giorgio De Vincenti)

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