DESTATE DAL ROMBO DEGLI AEREI LE STATUE DI OVIDIO

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LE FIGLIE DI NIOBE EMERGONO NEGLI SCAVI PRESSO CIAMPINO

18 SETTEMBRE 2016 – Hanno ispirato Publio Ovidio Nasone per un episodio delle “Metamorfosi” e poi sono rimaste per due millenni sotto un sottile strato di terra, lontano abbastanza dall’Urbe per non sentire le invasioni barbariche, il sacco di Roma, i lanzichenecchi e i francesi, i piemontesi e tutti gli altri sacchi di Roma che si sono succeduti. Sepolte forse dal terremoto del secondo secolo d.C. (quello che spaccò la gradinata di marmo fatta costruire da Adriano dove adesso si trova Piazza Venezia, quello che forse ha avuto epicentro al Morrone distruggendo il tempio di Ercole Curino), sono state destate solo dal rombo degli aerei che atterrano e decollano dal vicino scalo di Ciampino. E dai loro volti si capisce perché il mito che raccontano è stato così sentito, fino ad affascinare soprattutto l’imperatore Augusto, l’uomo della pace cinquantennale di Roma e dell’Impero, l’uomo dell’Ara Pacis; e l’uomo della relegazione di Ovidio.

Era cara al poeta sulmonese la villa di Messalla Corvino, una di quelle residenze nelle quali poeti e artisti trascorrevano i lunghi intervalli di quiete tra una esibizione pubblica e l’altra. E Messalla Corvino, sotto molti aspetti da considerare il protettore di Ovidio, il suo mentore, aveva voluto accanto a sé tutti i volti di quella incommensurabile strage di giovanissimi figli di Niobe, ripresi nell’attimo della sorpresa e del dolore per l’ingiusta fine. Non è una trasformazione quella delle statue alle quali si sarebbe ispirato Publio Ovidio Nasone: è il passaggio diretto alla morte. Della Meonia era Aracne, trasformata in ragno; della Meonia era Niobe “e tuttavia la punizione delle sua conterranea non bastò a persuaderla a non competere con gli dei del cielo e ad usare un linguaggio più modesto” osserva Ovidio nel sesto libro delle “mutate forme”.

Era una di quelle donne (delle quali si trovano esempi in abbondanza anche ai giorni nostri) che tiranneggiano tutte le altre parlando dei propri figli e osannandone le qualità: “Molte cose la rendevano superba, ma se di una cosa si compiaceva non era tanto del talento del marito, o del lignaggio di tutti e due e della potenza del loro grande regno (sebbene di tutto questo, certo, si compiacesse), quanto della propria prole. Avrebbe potuto ben essere detta, Niobe, la madre più felice del mondo, se tale non fosse parsa a se stessa. Ora, l’indovina Manto, figlia di Tiresia, era andata annunciando per le vie, esaltata da un impulso divino: “Donne tebane, venite in massa ad offrire incenso, con pie preghiere, a Latona e ai due figli di Latona, cingendovi le chiome di alloro. Così Latona ordina per bocca mia!”. La gente obbedisce – scrive ancora Ovidio-. Tutte le tebane si adornano le tempie di frondi, e bruciano incenso sui santi altari recitando preghiere. Ecco che Niobe si avanza con tutto un foltissimo seguito, splendidamente vestita di stoffe di Frigia trapunte d’oro, e, per quanto lo consente l’ira, bella. Al moto della sua testa elegante ondeggiano i capelli sparsi sulle spalle. Si ferma, e volti attorno gli occhi superbi, impettita: “Che follia è mai questa, – dice – anteporre dèi che si conoscono solo per sentito dire a dèi che si vedono? Insomma, perché davanti agli altari si adora Latona, mentre ancora non si degna d’incenso la mia divinità? Io sono figlia di Tantalo, l’unico al quale sia stato concesso di sedere a mensa con gli dei. Mia madre è sorella della Pleiade; il grandissimo Atlante, che regge sul collo l’asse del cielo, è mio nonno. L’altro mio nonno è Giove, il quale per giunta, altro onore, è anche mio suocero. Io sono temuta dal popolo della Frigia, io sono la signora della reggia che già fu di Cadmo”.

Una madre orgogliosa…

E via pavoneggiandosi: “E a questo aggiungi sette figlie e altrettanti figli maschi, e presto generi e nuore. Ditemi ora se non ho ragione di essere fiera, osatemi un po’ preferire Latona, nata da Ceo, un Titano qualunque, Latona alla quale la terra che è pur grandissima negò una volta un piccolo angolo per partorire”. “Sono felice, e chi mai potrebbe negarlo? E sempre felice sarò; anche di questo chi può dubitare? Ho così tanto che sto tranquilla. Troppo grande sono perché la Fortuna mi possa nuocere; anche se mi togliesse molto, sempre molto di più mi rimarrebbe. Così tanto, ormai possiedo, che non ho nulla da temere. Mettiamo che questi figli miei – un vero popolo – diminuiscano un po’; per quanti mi se ne tolgano, mai sarò ridotta ad averne due – che folla! – come Latona. Che differenza c’è tra lei ed una che non ha figli? Andate via presto, da questa cerimonia, e levatevi quell’alloro dai capelli”.

Ovviamente Latona non se ne sta tranquilla e, indignata per… lesa divinità, chiede soccorso ai suoi due figli, che non disdegnano di intervenire, anzi… Di lì a poco Ismeno, uno dei figli di Niobe, ha il tempo di gridare “Ahi” mentre governa la corsa dei suoi cavalli e, con una freccia ficcata in mezzo al petto “lascia cadere le briglie dalla mano morente, e scivola giù sul fianco destro, lentamente. Vicino a lui, sentito nell’aria un tinnir di faretra, Sìpilo si mette a galoppare a briglia sciola, come il navigante alla vista di un nembo,  prevedendo pioggia, fugge spiegando tutte le pendule vele, perché non si perda il minimo soffio di vento. Galoppa, galoppa, ma una freccia lo insegue, inesorabile, e gli si piante vibrando nella nuca: dalla gola rispunta il ferro nudo”. Fedimo e Tantalo “erede del nome del nonno” si esercitavano in palestra, avvinghiati uno all’altro nella lotta e una freccia li trapassa “così uniti, tutti e due. Insieme emettono un gemito, insieme si accasciano al suolo contratti dal dolore, insieme distesi stralunano gli occhi, insieme esalano l’ultimo respiro” E ad Alfenore che cerca di soccorrerli Apollo, figlio di Latona, “squarcia il petto a fondo con una freccia portatrice di morte, e quando lui la estrae, parte del polmone vien via infilata all’uncino, e il sangue si spande fuori insieme alla vita. Non una, ma due ferite sono invece inferte a Damasìctone”. “L’ultimo, Ilioneo, leva le braccia in inutile gesto di preghiera e “O dei tutti – dice, ignaro che non tutti sono da supplicare – pietà”. L’arciere divino si commuove, ma ormai la freccia non può tornare indietro”.

…e punita nei suoi affetti più cari

Della strage viene a sapere la madre: “Ahi, quanto era diversa questa Niobe dalla Niobe che poco prima allontanava la gente dagli altari di Latona e impettiva incedeva per le vie della città, guardata con invidia dai suoi, ed ora invece tale da far compassione anche a un nemico!” Ma non la smette e sfida ancora Latona, puntualizzando che il conto dei figli è sempre a suo favore: ne ha altri sette, le sette femmine. E la mattanza continua, sulle povere ragazze che, una ciascuno, si erano avvicinate ai corpi dei fratelli e vengono colpite da frecce infallibili. “Sei già erano morte, di ferite diverse. Restava l’ultima. Facendole scudo con tutto il suo corpo, con tutta la sua veste, la madre gridò: “Questa sola, la più piccola, lasciamela! Di tante non chiedo che la più piccola, questa sola!” Mentre implora, colei per cui implora muore.”

E solo adesso interviene una metamorfosi: “Senza più nessuno si sedette tra i cadaveri dei figli, delle figlie, del marito, e s’irrigidì per il dolore. Non un capello si muove nell’aria, sul volto ha un pallore mortale, gli occhi stanno sbarrati sulle guance tristi; nulla di vivo c’è nella sua figura. Perfino la lingua – anche quella – le si congela dentro col palato indurito, e le vene perdono la capacità di pulsare. Il collo non può più piegarsi, le braccia non rispondono più, il piede non può più camminare. Anche tra i visceri tutto è pietra. Piange, però, e avvolta da un impetuoso turbine di vento è trasportata via, nella sua terra natale. Lì, confitta sulla cima di un monte, si strugge, e ancor oggi dal marmo trasudano lacrime”.

Le pietre che hanno sfidato i secoli

Così, pietrificata, la trovano pazienti ricercatori della Soprintendenza romana nel 2012 ed una bella descrizione è fatta da Laura Larcan in “Roma, le scoperte mai raccontate”, nel capitolo “Le statue di Ovidio”. E’ una giovane ricercatrice, Aurelia Lupi, la mattina del 4 maggio, a scoprire la prima statua. E poi le altre, compresa quella di Niobe, che statua era diventata già molto tempo prima di Ovidio, per una vanteria.