E SE IL VATE NON FOSSE MAI PARTITO PER TOMI?

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UNA IPOTESI (POCO CREDIBILE) CIRCOLA NEL MONDO ACCADEMICO

9 OTTOBRE 2016 – Luigi Miraglia è presidente di “Vivarium Novum”, Accademia e Campus mondiale dell’Umanesimo, in quella villa che sta lungo la strada intitolata al grande Borromini e fatta comprare dal Kaiser ad un suo suddito per avere un “punto di appoggio” vicino alla Roma  della grande civiltà classica. Ha contatti internazionali con studiosi di latino e di greco e quando sente parlare di Sulmona collega subito il poeta all’ultima ipotesi sulla sua relegazione: “Si dice che sia stata una invenzione letteraria” osserva; qualcosa per scrivere in prima persona di un dolore che sarebbe stato difficile vivere e comprendere attribuendolo ad altri. Cioè Ovidio non sarebbe mai partito da Roma? “Non ci credo, ma quest’estate un docente a Madrid mi ha sollevato quest’altra verità”.

In effetti Ovidio non fa descrizioni minute del Ponto Eusino… “Può essere dipeso dal rifiuto che, come ogni esule, ha maturato verso il posto nel quale si è trovato. Non sono rari i casi nei quali chi ambisce a ritornare nella sua terra, nella sua elegante e doviziosa città, si compiaccia di non parlare della nuova, lontana e inospitale regione ai confini con il mondo dei barbari”. Però potrebbe essere una tesi corroborata dal fatto che in Romania non è stata trovata neanche una traccia di Ovidio, una tomba, un epitaffio per un personaggio così conosciuto già dai suoi contemporanei  per uno che, nel bene e nel male, si è confrontato con un imperatore e che dall’imperatore, scritto di suo pugno, ha avuto il decreto della relegazione…

“Sono rarissime le testimonianze, riferite alle persone, trovate nelle province di Roma e poi soprattutto in quella provincia così in precario equilibrio, nella quale, come ci dice Ovidio, era sempre incombente il pericolo di invasioni delle popolazioni barbariche”.

Dunque una ipotesi accademica?

“Sì, sebbene sembri condivisa da qualcuno e sebbene sia sostenuta con riferimenti anche interessanti”.

Immaginarsi anche la propria relegazione per scriverne con tanto pathos, con tanto senso del lutto sarebbe stata l’ultima dimostrazione del genio immaginifico del Sulmonese. E’ più semplice pensare che un error davvero lo compì per essere relegato e che il suo disagio, le sue paure per il Danubio che ruggiva troppo vicino alla sua casa siano state il propellente per scrivere lettere autentiche ed implorare, nelle sue “Tristezze”, il  ritorno nella Capitale.