DA TUTTO IL MONDO PER PARLARE LA LIGNUA DI OVIDIO

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E PER PREPARARSI A RECITARE I SUOI VERSI A VILLA FALCONIERI E FORSE A SULMONA 

9 OTTOBRE 2016 – Si parla latino anche tra commensali, anche per passarsi il sale; e questo non dipende dalla vicinanza con la villa di Marco Tullio Cicerone (o con i resti che quasi certamente furono le basi del ritiro dell’”avvocato” dalle fatiche del foro): è, invece, il punto di arrivo di una selezione di universitari che attraversa i cinque continenti, su più di trecento atenei. Sono circa cinquanta i giovani (americani, colombiani, asiatici) che studiano un “super corso” di latino e di arti classiche (compresa la musica) e pensano di acquisire una tale familiarità con la lingua di Ovidio da poterne recitare le opere. Lo stanno già facendo, in verità, sia pure come bozza di un allestimento scenico che potrebbe prendere corpo tra un paio di mesi. Le inflessioni della lingua che dominò il mondo conosciuto echeggiano nelle solenni stanze di Villa Falconieri a Frascati, articolate nella incantevole “fuga” di porta al pian terreno  dal genio di Borromini e adattate alle epoche come una donna fiorente indossa i vestiti alla moda senza perdere la sua personalità, senza essere travolta dall’effimero.

Il tocco dell’architetto di Roma aiuta anche ad avvicinarsi all’epoca classica: il resto lo fanno le pitture delle quattro sale, ciascuna per ogni stagione, con alcuni dei miti più sfarzosi di Ovidio. Ma l’invito principale a indugiare nell’otium romano viene dagli alberi secolari che circondano la villa, accanto a quella che fu dei Borghese, a quella Aldobrandini, a dieci altre, tutte collegate da un reticolo di sentieri e tutte affacciate sulla città eterna. Durano molto le giornate per questi ragazzi che dalle 10 alle 24, con brevi pause, si dedicano al latino, al greco, senza mai perdere il contatto con i classici, senza scendere mai (per lo meno non davanti al docente) sul facile inglese, parlato in tutto il mondo conosciuto di oggi. E quando ci lasciamo alle spalle le porte secolari si sentono appena le note dell’elegia di Ovidio sulla “tristissima noctis imago”, quella dell’abbandono di Roma subito dopo il decreto della relegazione. E sembra quasi che l’averla tanto studiata abbia trasmesso all’interprete il dolore dell’esule.

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