GIULIETTA E ROMEO AI TEMPI DI OVIDIO

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20 MARZO 2010 – Perché il gelso ha le bacche nere ? Per un gravissimo lutto, cui partecipa essendo stato al centro della tragedia di due innamorati ed essere rimasto intriso del loro sangue. Si sarebbero dovuti incontrare  accanto ad un gelso Piramo e Tisbe, secondo la narrazione di Ovidio nel libro quarto delle “Metamorfosi”.

E’ un episodio che sembra aver fornito materiale a Shakespeare sull’equivoco di fondo che determina l’orribile tragedia di Romeo e Giulietta. Piramo e Tisbe (l’immagine del titolo e in basso: “Piramo e Tisbe”, Jean-Francois de Troy, olio su tela, 1708-1710 circ a, Parigi, Collezione privata) decidono di darsi appuntamento nei pressi del grande albero “tutto carico di bacche bianche come neve, un alto gelso sull’orlo di una freschissima fonte. Rimasero d’accordo così, e la luce del giorno, che sembrava non volesse più andarsene, alla fine calò nelle acque, e dalle stesse acque emerse la notte. Di soppiatto, aperta con cautela la porta, Tisbe uscì nelle tenebre senza farsi sentire dai suoi, e col volto velato arrivò al sepolcro e si sedette sotto l’albero prestabilito. L’amore la rendeva ardita. Quand’ecco che una leonessa, che aveva appena fatto strage di buoi, venne con la schiuma alla bocca ed il muso intriso di sangue a spegnere la sete nell’acqua della fonte lì accanto. Tisbe di Babilonia la vide di lontano al chiarore della luna, e con piede trepidante corse a rifugiarsi in una grotta oscura, ma mentre fuggiva il velo le scivolò dalle spalle. La feroce leonessa, sedata con molta acqua la sete, stava tornando nel bosco, quando per caso trovò il delicato velo abbandonato, e lo stracciò con le fauci insanguinate. Piramo, uscito più tardi, scorse nell’alta polvere le orme inconfondibili di una belva e sbiancò in tutto il volto, e quando poi trovò anche la veste macchiata di sangue: “Una stessa notte – disse – vedrà la fine di due innamorati. Di noi, era lei la più degna di vivere a lungo; l’anima colpevole è la mia. Sono stato io ad ucciderti, poverina, chè ti ho istigato a venire di notte in luoghi spaventosi e neppure sono arrivato per primo. Straziate il mio corpo e divorate con morsi feroci questi visceri scellerati, tutti voi leoni che abitate sotto questa rupe! Ma è da vili limitarsi a desiderare la morte”. Raccolse i brandelli del velo di Tisbe e li portò con sé ai piedi dell’albero convenuto, e come ebbe versato lacrime, come ebbe impresso baci su quella cara veste, esclamò: “Imbeviti ora anche di un fiotto del sangue mio!” E si cacciò nel ventre il pugnale che aveva al fianco, e subito, morente, lo ritrasse dalla gorgogliante ferita. Cadde a terra supino. Il sangue sprizzò in alto come quando, logoratosi il piombo, un tubo si fende e da un sottile foro esce sibilando un lungo getto d’acqua, che taglia l’aria con violenza. I frutti della pianta, spruzzati di sangue, divengono scuri, e la radice inzuppata continua a tingere di rosso cupo i grappoli di bacche. Ed ecco che lei ritorna – non si è ancora rimessa dalla paura – per non deludere l’innamorato, e con gli occhi e col cuore cerca il giovane e non vede l’ora di raccontargli a che grande pericolo è sfuggita. Ma se ritrova il posto e riconosce la forma della pianta, il colore dei frutti la fa restare incerta: non sa più se sia quella. Mentre è lì in dubbio, vede un corpo agonizzante palpitare a terra in una pozza di sangue, indietreggia, e col volto più pallido del legno di bosso rabbrividisce, come tremola il mare se debole brezza ne increspa la superficie. Ma quando, dopo un attimo, riconosce il suo amore, allora si batte con sonore percosse le braccia che non lo meritano e si straccia i capelli e abbraccia il corpo amato e riempie la ferita di lacrime e mescola il pianto al sangue, e imprimendo baci sul gelido volto grida: “Piramo, che ti è successo? Perché ti ho perduto? Piramo, rispondi! E’ la tua carissima Tisbe che ti chiama. Mi senti? Alza lo sguardo spento!” Al nome di Tisbe, Piramo levò gli occhi su cui già gravava la morte, e come l’ebbe vista li richiuse. Lei riconobbe allora la propria veste e vide la guaina d’avorio senza il pugnale, e disse : “La tua stessa mano e l’amore ti hanno ucciso, infelice! Ma anch’io ho una mano forte per questa cosa almeno: anch’io ho l’amore: sarà questo a darmi la forza di colpirmi. Ti seguirò nella morte, e si dirà che sventuratissima io sono stata la causa e la compagna della tua fine. E tu che avresti potuto essermi strappato, ahi, solo dalla morte, neppure dalla morte potrai essermi strappato. Questa preghiera tuttavia vi rivolgiamo ambedue, o infelicissimi padre mio e padre suo, di non negarci di essere composti in uno stesso sepolcro, noi che siamo stati uniti da un amore  vero, che siamo stati uniti nell’estremo istante. E tu, albero che ora copri con i rami il misero corpo di uno, e presto coprirai i corpi di due, serba un segno di questa tragedia e abbi sempre i frutti cupi, come a lutto, a ricordo del sangue da due insieme versato”. Così disse, e puntatosi il pugnale sotto il petto, si curvò sulla lama che ancora era calda di sangue. La preghiera, però, raggiunse e commosse gli dei, raggiunse e commosse i genitori. E per questo il colore delle bacche, quando sono mature, è nero, e ciò che è avanzato dal rogo riposa in un’unica urna”.

OVIDIO – Metamorfosi, Libro IV, vv. 83-166, trad. Piero Bernardini Mazzola, Einaudi, I Millenni, 1979.

 

Piramo e Tisbe, Jean-Francois de Troy, olio su tela, 1708-1710 circ a, Parigi, Collezione privata
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