OVIDIO DESCRIVE UNA CRUENTA CACCIA AL CINGHIALE
28 SETTEMBRE 2012 – Un giorno o l’altro il rapporto tra l’uomo e l’orso, tra l’uomo e il cinghiale si chiarirà, speriamo prima che scompaiano gli orsi e i cinghiali, cioè prima che sarà inutile chiarire quale sia il fascino magmatico che l’uomo avverte per la fiera, quella concreta, tangibile, non già quella delle costruzioni immaginarie. (Nella foto del titolo: Pieter Paul Rbens: Meleagro e Atalanta, olio su tela, Kassel, Germaldegalerie Alte Meiste, 1615 ca.)
L’immagine del male assoluto
C’è nella caccia al cinghiale una conturbante partecipazione; così come c’era in quella all’orso, forse perchè entrambe le “fiere” sono così fisicamente indefinibili per le loro terrificanti mutazioni negli stati d’ira. Molto di più del lupo, il cinghiale rappresenta il brutto da abbattere, possibilmente da nascondere e lo si agevola nel consentirgli di proteggersi nei boschi, per porre una tregua a questa continua ricerca di sangue che accompagna sempre le fasi terminali della lotta
“Gli occhi scintillano, di fuoco e di sangue” descrive Ovidio nel libro ottavo delle “Metamorfosi”, quando parla di una caccia davvero cruenta, molto più efficace di tante moderne e fugaci rappresentazioni cinematografiche. L’episodio è provocato da Diana, dea della caccia e delle selve, che, ancora una volta per vendicarsi, “mandò nei campi di Eneo un cinghiale, grande quanto non sono i tori dell’erboso Epiro, più grande dei tori delle campagne siciliane”. E’ un essere repellente, eppure richiama un’attenzione quasi da incanto, perchè sembra provenire dagli inferi: “il collo possente è arruffato, le setole stan dritte come rigidi aculei; bava ribollente scorre con roco sfrigolìo sul vasto petto, le zanne sembrano d’elefante indiano, fulmineo è il grugno, il fiato brucia le frasche”.
Ma quella belva ha un grande fascino
Suscita una attrazione fanciullesca questo mostro della natura, che atterrisce e che, ancora quando sarà morto, intimidirà nella sua stessa immobilità i cacciatori che l’hanno vinto. (A destra: Pieter Paul Rubens, La caccia di Meleagro e di Atalanta (particolare), olio su tela, 1620 ca, Vienna, Kunsthistorisches Museum). “E questo, ora calpesta le colture germoglianti, in erba, ora falcia le speranze mature del contadino, che piangerà soffiandogli il pane sulla spiga: invano le aie, invano i granai attendono il raccolto, che pure sembrava sicuro. Fa strage di lunghi tralci e di grosse pigne, di rami d’olivo sempreverde e di olive. E infuria anche contro le greggi: non c’è pastore o cane che possa difenderle, non c’è truce toro che possa difendere le mandrie. La popolazione scappa, e solo dentro le mura della città si sente al sicuro, finchè Meleagro e tutta una scelta schiera di giovani bramosi di gloria non organizzano una spedizione”. La “meglio gioventù” si coalizza, Ovidio prende dalla mitologia il fior fiore di spiriti ardimentosi, che sulla fiera dovranno prevalere perchè sono gli esempi più grandi del genere umano, ma non sanno che dalla parte del sanguinario ammasso di muscoli e di potenza sta la stessa Diana, che arriverà anche a spogliare una freccia della sua punta mentre sta per raggiungere le cotenne del bersaglio. Il teatro della contesa sanguinosa è “ un bosco fatto di tronchi, che mai nessuno nei secoli aveva sfrondato, cominciava dal piano e saliva dominando di striscio la campagna. Gli uomini, quando giunsero qui, alcuni tesero delle reti, altri tolsero i guinzagli ai cani, altri ancora si misero a seguire le orme impresse sul terreno, smaniosi di scovare, con loro pericolo, il mostro. C’era una valle, a conca, dove usavano confluire i rivoli dell’acqua piovana. Il fondo, paludoso, era invaso da flessibili salci, tenere alghe, giunchi e vimini e piccole canne sovrastate da canne più alte. Da qui stanato, il cinghiale si butta con impeto in mezzo ai cacciatori, come lampo che sprizza da nubi che si scontrano. Fa strage di piante nella sua corsa, sconquassa la selva con fracasso. I giovani levano grida e tengono protese con mano ferma le lance dalla lunga punta luccicante. Quello si avventa e sbrana ogni cane che osi opporsi alla sua furia e sbaraglia la muta latrante con zannate di sbieco”. I cani costituiscono i primo obiettivi della furia del cinghiale e sono inconsapevoli della potenza che quell’animale sa sprigionare, oltre che della insidiosità delle zanne.
Fiero come chi è solo sa essere
“La prima lancia, scagliata dal braccio di Echìone, andò a vuoto e scalfì leggermente il tronco di un acero. La seconda, se chi la scagliò non ci avesse messo troppa forza, parve per un attimo doversi conficcare nel dorso, come volevasi, ma finì più lontano; autore del tiro: Giasone di Pàgase. “Febo, – disse allora il figlio di Ampice – se ti ho sempre onorato e se ti onoro, concedimi di colpire il bersaglio con un tiro preciso!” Per quel che potè il dio esaudì la preghiera: il cinghiale fu colpito, ma non rimase ferito: Diana aveva sfilato il ferro alla lancia in volo: arrivò il legno, senza la punta. La belva, provocata, si arrabbia, diventa tutta fuoco, come il fulmine: manda scintille dagli occhi, anche dal petto sbuffa fiamme, e come il macigno scagliato dalla corda tesa della balestra vola dritto contro le mura o le torri stipate di soldati, così con impeto travolgente il micidiale cinghiale si butta sui giovani e stende Eupàlamo e Pelagone, disposti all’ala destra: i compagni li trascinano via di corsa. Ma ai colpi mortali non sfuggì Enèsimo, figlio d’Ippocoonte: mentre trepidando si apprestava a scappare, ebbe reciso il dietro del ginocchio e i tendini gli si fiaccarono. E forse anche Nèstore di Pilo sarebbe morto prima della guerra di Troia, se puntando la lancia in terra non avesse preso lo slancio e non fosse saltato sui rami di una quercia che era lì vicino, guardando poi di lassù, da quel posto sicuro, il nemico a cui si era sottratto. Quello, infuriato, si mise a sfregare le zanne contro il tronco dell’albero, minacciando di morte, poi, forte di quelle armi riarrotate, colpì al femore, col grugno uncinato, il grande figlio di Eurito”. E’ Meleagro, dopo che il cinghiale viene ferito leggermente da una fanciulla, a scoccare il colpo fatale; ma prima si era fatto avanti Ancèo dell’Arcadia, velleitario e maschilista: “Vi mostro io quanto i colpi degli uomini siano superiori a quelli delle donne”. “La bestia previene il temerario e gli pianta le due zanne alla sommità dell’inguine, dove più corta è la via per la morte. Ancèo stramazza e i visceri impastati di molto sangue gli scivolano fuori; e la terra s’imbeve di sangue”. Seguono colpi su colpi, fino a quando Meleagro non colpisce al dorso il cinghiale. “Senza perdere tempo, mentre questo si dibatte furiosamente e gira su se stesso e vomita bava sfrigolante e sangue fresco, il feritore gli è addosso, irrita e provoca il nemico, e gli caccia direttamente tra le scapole una picca sfavillante. I compagni manifestano la loro gioia con grida e applausi, fanno a gara a stringere la destra al vincitore, e stupefatti contemplano la bestia enorme, che copre tanto spazio, e ancora non reputano sicuro toccarla, e tuttavia ciascuno la punzecchia e intinge nel sangue la sua arma”.
Dalla ferocia della fiera alla perfidia degli umani
Segue tutto quello che di umano prevale una volta che muore la belva: comprese le gelosie e le invidie, che porteranno altro sangue e varie vendette, fino addirittura a quella della madre di Meleagro che provoca la morte dello stesso figlio e si uccide “cacciandosi un ferro nel ventre”. Tuttavia era stata impassibile nella sua sofferta decisione (“Et cupio et nequeo”; vorrei ma non posso) ed aveva evocato tutte le forze del castigo, le Furie: “Volgete il vostro sguardo a questo rito infernale! Vendico una colpa commettendone un’altra. La morte va espiata con la morte. A delitto va aggiunto delitto, a funerale funerale: si estingua lo sciagurato casato, con questo accumularsi di lutti”.
Non è un sottile filo rosso che lega la caccia al cinghiale alle suscettibilità mortali degli dei e delle loro pedine in terra; è un fiume di rancore, che ha i suoi rivoli nel sangue che ogni protagonista versa nelle storie di Ovidio e della antichità. Ma per avere un effetto scenico superiore, l’avversario di tanti sanguinari eroi è lui, il cinghiale irsuto e deforme, inelegante e fascinoso, non degno di sopravvivere anche quando se ne sta nascosto temendo il peggio.






