GRANDE BIMILLENARIO, ERA L’ITALIA DEL MIRACOLO ECONOMICO

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DALL’ALBUM DEI RICORDI DEL SEGRETARIO DEL COMITATO, AVV. LUCIO SPERANZA

24 MARZO 2017 – L’avv. Lucio Speranza è felice di essere stato il più giovane protagonista delle celebrazioni per il Bimillenario della nascita di Publio Ovidio Nasone: contando poco più di trenta primavere nel 1957, può partecipare alle celebrazioni per il Bimillenario della morte. Ma questa volta da spettatore: i suoi 91 anni, peraltro portati benissimo, lo invitano a gioire delle cose della vita con moderazione, con quella partecipazione intellettuale ed emotiva che va centellinata e che, come un elisir di rara raffinatezza, serve a collegare il presente al passato remoto, senza la confusione delle occasioni mondane, ma abbinando avvenimenti e persone e trovando il filo rosso di tutta una esistenza (nella foto del titolo, da sinistra: il presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, l’avv. Serafino Speranza e l’avv. Lucio Speranza nella giornata del Bimillenario della nascita di Ovidio, 1957).

Fu segretario del Comitato per il Bimillenario della nascita; il padre, avv. Serafino Speranza, gli aveva chiesto di aspettare un po’, dopo la laurea, prima di buttarsi a capofitto nella professione, in modo da aiutarlo nella mastodontica mole di adempimenti che un comitato serio deve fronteggiare. E l’ordine trasuda da ogni raccoglitore delle carte di allora: addirittura c’è la cartella della corrispondenza con le personalità che aderirono all’invito e la cartella della corrispondenza con le personalità che non aderirono, garbatamente scusandosi, come il ministro Aldo Moro. Tutto è passato in queste cartelle: anche la contabilità delle spese di corrispondenza: 25 lire per ogni lettera, perché nulla doveva sfuggire nel rigore degli anni Cinquanta, dell’Italia del miracolo economico, cioè di una Italia che smentisce quelli che oggi dicono che la corruzione e il malaffare fa parte del nostro Dna. Fa parte del Dna di quelli che occupano lo Stato e che non mollano neppure dopo le sentenze passate in giudicato, senatori a loro volta applauditi dai senatori eletti per servire lo Stato e non per commettere peculato. Era l’Italia e la Sulmona del “Piacere dell’onestà”, come avrebbe rappresentato al Teatro comunale una quindicina di anni dopo Salvo Randone: un dramma delicato, che oggi sarebbe incomprensibile e che, difatti, non si vede più in giro, pagina conclusiva della società che si impegnava per ricreare lo spirito nelle attività civiche e politiche, senza mai mettere al primo posto l’obiettivo di rubare, anzi escludendolo proprio da ogni ipotesi di vita.

Lucio Speranza ricorda con nitidezza che il sindaco di allora, il marchese Panfilo Mazara, fu il primo sottoscrittore della raccolta di fondi privati per le celebrazioni: versò 500.000 lire. Strana coincidenza di impostazione che su questo giornale online abbiamo sostenuto a più riprese: che, cioè, bisogna mettere mano al portafoglio per onorare Sulmona e Ovidio e giammai aspettare che si approvi una legge di finanziamento per poi articolare un programma.

Ovidio simbolo di libertà anche sessanta anni fa e non solo duemila anni fa: in occasione del Bimillenario di allora, come conferma la corrispondenza nell’antico studio che dà sul Corso, dove ogni mattina alle 9,30 Lucio Speranza (nella seconda foto) sale in perfetta forma fisica le scale tirate a lucido. I contatti con la Romania non erano facili e addirittura in quei mesi del Bimillenario erano stati trattenuti due italiani a Bucarest, tanto che l’Italia richiamò il suo ambasciatore. Del resto, l’avventura dello scrittore rumeno Vintila Horia (“Dio è nato in esilio”), che non potette ritirare un premio letterario dell’Occidente, è stata emblematica. Nel nome di Ovidio si superò l’empasse e gli italiani furono provvisoriamente, almeno, messi in libertà, di modo che le università rumene (dove il vate peligno è idealizzato al punto da costituire un nume protettore di tutta la cultura) potettero avere uno scambio di informazioni e di studi.