“I TUOI OCCHI HANNO RAPITO I MIEI” EROINE NELL’8 MARZO DI OVIDIO

517

8 MARZO 2012 – E’ una galleria di donne dalla enorme statura morale, forse l’omaggio più grande che Ovidio potesse recare alla figura femminile: sono le “Eroine”, attraversate dalle storie della mitologia. Donne talvolta senza speranza, forse solo apparentemente vinte dal loro destino; in realtà inattaccabili dalle beffe del tempo e della fortuna perchè ormai assurte ad immagini della fedeltà estrema, della dedizione incondizionata all’idea dell’uomo che si erano fatta.

Qualcuno può ravvisare in tanta energia un paragone con la fedeltà alla patria, l’esaltazione di quella che ai tempi di Roma, e di Ovidio soprattutto, era la celebrazione del confondersi con i rituali ed i contenuti dell’Impero. Forse sta nelle “Heroides” la morale più intensa e più pura di tutta l’esperienza di Ovidio: noi vi possiamo vedere, alla luce di quello che si è andato affermando in questo sito sin dall’inizio, la forza ideale del poeta che partecipò, uscendone sconfitto, ad una fazione: quella della successione di Germanico al trono di Augusto al posto di Tiberio. Non si possono cantare sentimenti così alti e non si può condannare il tradimento con un pianto così convinto (e con lo smarrimento che ne deriva) se non si fanno giorno per giorno i conti con il “fuoco” (la “propria interna fiamma”) dell’amore per la patria e della speranza che a guidarla fosse un degno continuatore dell’opera di Augusto.

La dedizione assoluta di Medea

Medea così si rivolge a Giasone e così si perde in lui, dopo averlo aiutato con le sue arti magiche, quando egli le chiese soccorso: “Fu allora che ti vidi e conobbi chi eri. Allora la mia mente conobbe la rovina. Ti vidi, mi smarrii, arsi di ignoto fuoco come torcia di pino arde davanti agli dei. Eri bello e il mio stesso destino mi guidava. Attraevano gli occhi tuoi ogni mio sguardo”. Qualcuno, forse ancora più efficacemente, traduce quell’ “abstulerant oculi lumina nostra tui” in “i tuoi occhi hanno rapito i miei”. E Medea continua, consapevole della debolezza del suo momento di dedizione: “Perfido, l’avvertisti. Chi nasconde l’amore? E’ tradita la fiamma dalla sua stessa luce”.

In altro passo Ovidio sostiene lo stesso concetto con “tosse e amore non si possono nascondere”. “Ti è dato come legge – osserva ancora Medea ripensando a Giasone – che di feroci buoi tu prema il duro collo al vomere inconsueto. Tori di Marte, fieri non solo per le corna erano, con un fiato terribile di fuoco. Tutti di bronzo i piedi, e bronzo alle narici che il loro stesso fiato aveva reso oscure. Ti si dice di spargere con la docile mano per campi estesi, semi generanti guerrieri che ti assalgano, armati di loro proprie armi, messe davvero ingrata al suo seminatore”. Poi il distacco angoscioso non appena conosciuto il compito assegnato a Giasone dal fato: “Tu triste te ne andasti, io ti seguii con gli occhi umidi e con sommessa voce ti dissi addio. Come raggiunsi il letto alzato nella stanza, sconvolta, lacrimante, passai la notte intera. Davanti agli occhi miei tori e messi sinistre, davanti agli occhi miei stava l’insonne drago. Era amore e timore, che amore sempre accresce. Nella stanza al mattino la mia dolce sorella mi trovò con le chiome scomposte, sulla bocca sdraiata e tutto intorno di lacrime era pieno”. Fu Medea, poi, a piegare al sonno il drago dagli occhi di fiamma e a dare a Giasone il vello perchè lo rapisse: così tradì la patria e il padre, accettando di seguire lo straniero nella sua terra. Gli offrì la sua verginità dopo aver abbandonato la madre e la sorella; nella fuga uccise il fratello e ne fece a pezzi il cadavere (affinchè gli inseguitori si attardassero dovendo recuperarne i pezzi). “Sono sola, ho perduto il regno, patria e casa e lo sposo che, solo, era per me ogni cosa. Io che i serpenti e i tori furiosi seppi bene domare non ho forza solo per mio marito, e quella che i selvaggi fuochi spense coi dotti filtri non sa fuggire la propria interna fiamma”.

L’inconsolabile sventura e la rivalsa

 “Io che il drago sopii, non posso addormentarmi per altri, non per me la mia scienza è capace. Il corpo che ho salvato una rivale abbraccia, è lei che coglie i frutti nati dal mio lavoro. Forse, mentre ti vanti con la stolta compagna e adatti i tuoi discorsi alle orecchie nemiche contro la mia persona, i miei costumi, inventi vane accuse. Che rida, gioisca dei miei vizi. Che rida e si abbandoni superba nella porpora. Piangerà un giorno e il suo supererà il mio fuoco. Finchè vi sarà il ferro e la fiamma e il veleno nessun nemico l’ira fuggirà di Medea”.

Charles-Antoine Coypel,  Giasone e Medea, olio su tela, Berlino, Castello di Charlottenburg
Please follow and like us: