IL CIPRESSO CHE FU FELICE ACCANTO AL CERVO FIDUCIOSO

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La trasformazione di Ciparisso (Domenichino, 1616)

LETTURE OVIDIANE – C’ERANO MONTI E BOSCHI NELLE “FORME MUTATE”

6 OTTOBRE 2013 – Non solo non è vero che Ovidio non descrive i paesaggi montani (al contrario di quanto ha sostenuto qualche tempo fa all’Auditroium dell’Annunziata  un noto cattedratico che va tanto per la maggiore, invitato da una… “fabbrica” per la cultura, figuriamoci), ma egli si spinge anche a raccontare gli effetti dei più aspri fenomeni naturali nei boschi e nelle caverne, sempre affascinato della vita che vi si esprimeva libera e misteriosa, lontana dalle leggi della città e allo stesso tempo implacabile nella applicazione di norme assolute. E’ il caso del vento Borea, ma anche di Callisto (v. “Disavventura e riscatto di Callisto, ninfa incinta senza colpa” , “Ma l’orso Stefano si è ucciso“) che vive nelle selve e diventa orsa (Maggiore, ma un po’ diversa da quella per la quale va il cattedratico). E chi nega le descrizioni silvestri e montuose di Ovidio deve non aver letto la struggente vicenda di Ciparisso che ammazza, senza volerlo, un cervo magnifico, forse uno di quelli che Ovidio aveva visto nell’area dei Sanniti, ove adesso è il Parco Nazionale d’Abruzzo.

Un ambiente ripreso dal “Parco”

C’è una descrizione delle piante che solo lo svedese Linneo, con scopi prettamente scientifici, supererà in particolareggiata catalogazione:

“Per la terza volta il Sole aveva chiuso il giro dell’anno nei Pesci, segno d’acqua. Per tutto questo tempo Orfeo era rifuggito da ogni contatto con donne, forse per il dispiacere che aveva provato, forse perchè aveva fatto voto. Eppure, molte ardevano dal desiderio di unirsi al poeta: tutte si videro, con dolore, respingere. Anzi fu proprio lui che iniziò i popoli di Tracia a rivolgere l’amore sui teneri maschi e a cogliere i primi fiori di quella breve primavera della vita che è l’adolescenza. C’era un colle, e sul colle una radura perfettamente piana che un prato colorava di verde. Non c’era ombra in quel luogo; ma quando il poeta divino si sedette lì e toccò le corde sonanti, l’ombra venne in quel luogo: venne la pianta della Caònia, non mancò il bosco delle Elìadi, non il rovere dalle alte fronde, né i molli tigli, né il faggio e il vergine alloro, né i fragili noccioli e il frassino buono per le lance, e l’abete senza nodi e il leccio che s’incurva per le ghiande, e il platano festoso e l’acero che trascolora, insieme ai salici che vivon sui fiumi e al giùggiolo che ama l’acqua, e il bosso sempre verde e le tamerici tenui, e il mirto bicolore e, cerulea di bacche, la lentàggine. E voi pure veniste, edere dai piedi storti, con le viti ricche di pampini e gli olmi ammantati di viti, e gli ornielli e le picee, e il corbezzolo carico del rosso dei suoi frutti, e le palme snelle, premio del vincitore, e il pino dall’ispido capo, con la chioma tirata su, il pino caro a Cibèle, la madre degli dei, se è vero che Atti per lei si spogliò della sua figura di uomo indurendo in quel tronco.

Fanciullo amato da un dio e da un cervo

E a questa folla si unì anche il cipresso, che pare segnare una meta: albero ormai, ma un giorno fanciullo amato da quel dio che fa vibrare le corde della cetra e la corda dell’arco. Sacro alle ninfe che vivono nelle campagne di Cartèa c’era infatti un gran cervo che con le sue vaste corna si faceva da sé profonda ombra. D’oro rifulgevano le corna, e monili di gemme appesi al collo tornito gli scendevano sul petto. Sulla fronte gli ciondolava, legata ad un laccetto, una borchia d’argento, e sulle cave tempie gli scintillavano due orecchini di perle messigli quando era nato. Ed esso senza timore, dimenticata la pavidità naturale, era solito accostarsi alle case e offrire il collo, per farsi accarezzare, alle mani di tutti, anche di ignoti. Ma più che a chiunque altro era caro a te, Ciparisso, a te, il più bello della gente di Ceo. Tu lo menavi sempre a nuovi pascoli, all’onda delle fonti più pure; tu ora gli intessevi tra le corna variopinte ghirlande di fiori, ora salitogli in groppa cavalcavi pieno di gioia per di qua e per di là, frenando la tenera bocca con briglie purpuree.

C’era una grande afa, a mezzogiorno; alla vampa del Sole ardevano le curve chele del Granchio amante del litorale. Stanco, il cervo adagiò il suo corpo sul suolo erboso, godendosi la frescura che veniva dall’ombra degli alberi. Ed ecco che senza volere Ciparisso lo trafisse con un giavellotto acuminato, e come lo vide morente per la crudele ferita, decise di morire anche lui.

Ciparisso, che piangerà vicino a chi soffre

Oh, quante cose non gli disse Febo per consolarlo, invitandolo a non disperarsi così per l’accaduto! Ma Ciparisso non smette di gemere e, come dono supremo, questo chiede agli dei: di poter essere a lutto in eterno. E allora, esangui ormai per il suo pianto infinito, le membra cominciarono a tingerglisi di verde, e i capelli che poco prima spiovevano sulla sua fronte nivea, a farsi ispida chioma, irrigidita, che svetta – gracile in cima – verso il cielo trapunto di stelle. Mandò un gemito il dio, e mestamente disse: “Da noi sarai pianto, e piangerai gli altri, vicino a chi soffre”.