IL DONO DEL CERVO

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SEGANO IL PALCO DI CORNA AD UN ESEMPLARE INVESTITO SULLA STATALE 17 – L’ATTEGGIAMENTO E’ ANCORA QUELLO DI DIECIMILA ANNI FA – MA IL VERO PROBLEMA DELLA PROTEZIONE DI ANIMALI E AUTOMOBILISTI NON FA PARTE DELLE URGENZE

7 NOVEMBRE 2025 – Al cervo agonizzante o appena deceduto ieri notte sulla Strada Statale 17 qualcuno si è affrettato a segare il “palco”. E’ stato un episodio marginale, a confronto del problema della protezione degli animali nei paraggi di vie di grande comunicazione; ma denota un atteggiamento di rapina ancora diffuso ai confini di un Parco nazionale. Esemplari di specie in libertà, non rari quando si tratta di cervi, ma inseriti in un ecosistema che dà sostentamento ad altri predatori, vengono considerati non per le risorse ambientali che accrescono o anche solo per la bellezza che aggiungono, ma per quello che davano all’Uomo cento o diecimila anni fa.

Torna in mente il “Dono del cervo” di Angelo Branduardi, che racconta, con note musicali più accorate delle parole, la sventura del quadrupede paratosi davanti all’uomo. Mentre il cacciatore insegue con il cuore in gola un daino, si trova davanti alla mole sontuosa del cervo che diventa subito consapevole del proprio destino irreversibile e sa di dover donare tutto quello che ha perché questo è il suo ruolo: il fegato darà coraggio al cacciatore quando lo mangerà, il pelo formerà pennelli, le orecchie serviranno per dissetarlo quando diventeranno borracce, la pelle lo terrà caldo.

Ma non a caso la favola (resa) bella di Branduardi, che sa vedere armonia anche nel distacco doloroso e scopre una trasmissione di energie come se tutto continuasse ad appartenere alla vita, inizia proprio dal primo tributo del cervo: “Piango il mio destino / io presto morirò / ed in dono allora / a te io offrirò / queste ampie corna / mio buon signore”. E infatti Mimì D’Aurora ci ha raccontato che la sera di mercoledì si è trovato a passare e ha visto il cervo investito; la mattina, ripassando, lo ha rivisto dov’era, ma senza corna. L’ipotesi che, data la lunga agonia che ha seguito l’investimento, un predatore non… animale abbia avuto il tempo di tagliare il palco ancor prima che intervenisse la morte sarà anche un cattivo pensiero, ma il dato di fondo è che non solo non c’è l’ombra di un servizio veterinario: non c’è neanche un progetto di protezione di orsi, cervi e automobilisti, pur se il traffico della SS17 è intenso in tutte le ore del giorno e della notte.

Non vengono costruiti tunnel che aiutino gli animali ad evitare l’attraversamento della strada (e pare che i più selvatici si astengano dall’introdursi in cavità che possono risultare trappole); non vengono sistemate recinzioni che convoglino i normali spostamenti della fauna libera. Quella di Ponte d’Arce e del distributore della Tamoil è una delle due o tre direttrici tra la zona alta del Gizio e Vallelarga, Bugnara, pare fino al Sirente per alcune specie. Siamo ancora ai meccanismi acustici che, ricaricati durante il giorno dal sole, danno un cicaleggio di notte per avvertire la fauna della prossimità della strada; peraltro non dappertutto, certamente non davanti alla Tamoil. Così, il cervo che abbiamo ripreso in luglio (nella foto del titolo) in Via Torta, a qualche centinaio di metri da questo nuovo investimento, è rimasto sanguinante per più di mezz’ora e alla fine ha trovato il modo e il coraggio di alzarsi per dirigersi, geloso della sua libertà e diffidente dell’uomo che teme anche se reca doni (e soccorsi), verso i campi circostanti per trovare sicura morte, zoppicante tra cani, lupi ed orsi in gran salute, fino ad incontrare chi, “con il cuore in gola un agguato al daino tendeva”.  Cosa manca per un safari all’ombra del castello di Pettorano?

Un cervo deceduto due anni fa nella zona del Sirente
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