IL FUTURO DELLA STAMPA STA IN UN RITOCCO AL SISTEMA FISCALE

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DAL CONVEGNO DI SCANNO LE INDICAZIONI PER LA SOPRAVVIVENZA DELLE TESTATE E DELLO STESSO SISTEMA INFORMATIVO

8 DICEMBRE 2024 – I giornali di carta forse non si stamperanno più tra un quinquennio, massimo due; ma anche le fonti di informazione sul web sono destinate ad esaurirsi se non si troveranno forme di finanziamento della stampa, perché pensare di garantire la qualità delle notizie pagando un giornalista cinque euro per ogni articolo significa avversare tutte le leggi del mercato del lavoro. Insomma, non si tratta di delineare soltanto la consueta parodia romantica dell’inchiostro che non servirà più ai lettori; oppure di esaltare l’eguale romantica soddisfazione di sfogliare un giornale frusciante. E’ in gioco la stessa consapevolezza di vivere in una società e di conoscerne le dinamiche, cioè di essere informati, che è la pre-condizione della democrazia.

Se ne è parlato nel convegno sul destino della stampa locale ieri a Scanno, in occasione dell’ottantesimo compleanno de “La Foce”, giornale dell’alta valle del Sagittario. Ne hanno parlato, tra gli altri, i professori Paolo Dell’Anno e Paolo De Nardis, con una impostazione rispettivamente di diritto e sociologia che vola anche al di sopra delle funeree previsioni per la stampa che agonizza. Si sono chiesti (e lo hanno escluso subito) se la democrazia possa sopravvivere in una società che non sia informata. Hanno dato per acquisito quello che cinquant’anni fa non era proprio un dato certo: se, cioè sussista un diritto ad essere informati più della mera libertà di informare. E se possa sussistere un diritto ad informare, come tale una posizione qualificata della persona nella società.

Il mio contributo personale a questo dibattito si articola semplicemente su una impostazione liberale, non liberistica, dei mezzi di finanziamento della stampa. L’epoca buia, nella quale i finanziamenti ai giornali quotidiani si corrispondevano per equilibrare un mercato gravemente squilibrato da fattori distorsivi, è finita. Negli anni Settanta, cioè nel periodo al quale risale la mia tesi di Diritto Costituzionale “Libertà di informazione e mezzi di finanziamento della stampa”, relatore il prof. Carlo Mezzanotte, lo Stato pagava le imprese editoriali in cambio della conservazione del prezzo dei giornali a livelli di molto inferiori al costo stesso del prodotto: il motivo stava tutto nel “paniere della scala mobile”, perché se i giornali, invece di costare cinquanta lire, fossero costati 100 lire (quanto serviva per mantenere sane le aziende), l’inflazione sarebbe apparsa per quello che era e non per quello che risultava fittiziamente con la mediazione del paniere addomesticato. Era l’epoca nella quale “Il Manifesto” derise i maggiori quotidiani che uscirono, un giorno, con il numero di pagine che avrebbe consentito loro di conservare l’equilibrio dei conti per le cinquanta lire che incassavano con ogni copia. Erano in tutto quattro, le pagine che si potevano scrivere. “Adesso fatelo sempre” sbeffeggiò Il Manifesto, che già usciva a quattro pagine: era la prova del nove che, quindi, quei giornali non erano indipendenti.

Ma il dibattito sui mezzi di finanziamento della stampa non si poteva esaurire nella partita contabile tra gli incentivi e la conservazione dello status quo del paniere della scala mobile. Involgeva principi costituzionali che imponevano un esborso dello Stato perché si realizzasse la tutela dei diritti dei cittadini a partecipare alla vita sociale, a determinarne l’indirizzo politico, secondo quel percorso che era stato da poco intrapreso con la legge sul finanziamento dei partiti. Ora, però, almeno fino a quando non si troveranno i sistemi giusti per realizzare compiutamente questa partecipazione e fino a quando non si porrà mano ai correttivi per impedire che l’attuale sistema di finanziamento dei giornali si risolva in accrescimento di posizioni di rendita, occorre individuare una soluzione urgente che eviti l’asfissia della stampa e che non agisca su leve rivelatesi del tutto incongrue. Infatti, ci sono giornali pagati fior di milioni, come “Il Foglio”, che non vendono se non per una stretta cerchia di lettori, oppure giornali che possono ancora uscire perché collegati con un partito. Oppure che sono ridotti al lumicino, come “Il Tempo” che vende tremila copie, cioè ha una diffusione doppia del “Vaschione”, quando negli anni Settanta arrivò a tirare 200.000 copie. Ci sono giornali, come “Libero”, “Il Giornale”, che escono con titoli a tutta pagina solo per lanciare messaggi propagandistici visibili nelle rassegne-stampa della mattina presto.

La soluzione urgente, adesso, sta nella innovazione consistente nella facoltà, da parte dei contribuenti, di effettuare versamenti alle aziende editoriali in cambio della detrazione ai fini fiscali, come avviene negli USA per gli investimenti nel settore delle opere d’arte e della cultura; ovviamente con dei limiti, per non lasciare a bocca asciutta il Fisco che delle tasse deve servirsi per i servizi essenziali. In questo modo, con molte probabilità, potranno sopravvivere le imprese che riscuotano il gradimento dei lettori e, al tempo stesso, che possano contare su una schiera di giornalisti pagati secondo parametri contrattuali e, quindi, doverosamente orientati a svolgere un lavoro che offra un prodotto di livello. Quando l’attuale fase di emergenza si sarà attenuata, si potranno studiare altri strumenti di sistema, che scongiurino rendite parassitarie.

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