IL SERAFINI CHE SE LA CERCAVA

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11 NOVEMBRE 2014 – Avrà avuto un attimo di pace Panfilo Serafini quando era in vita?

Non c’è una cronaca, non c’è un suo lavoro che lo consegni sereno alla posterità: ai giorni nostri il tratto del patriota sembra quello di una persona sempre in conflitto con l’autorità, ma pure con i suoi compagni di avventura del Risorgimento sulmonese e abruzzese. Non ebbe sempre sventure, ma la sua descrizione ricorrente è quella del dolore, delle aspettative negate. Forse l’essersi trovato al centro di un contesto di contrasti aspri e caratterizzati da un diffuso e popolare risentimento di classe piuttosto che da una aspirazione nazionale deve averlo fatto bersaglio di una crociata contro quello che lui stesso rappresentava, cioè l’elevazione culturale al di là delle condizioni di origine.

Esce indenne da un processo per una sedizione anti-borbonica, ma lo attende una condanna a venti anni di ferri, sempre per quello che aveva fatto nel nome della unità nazionale; poi finanche le sue ultime volontà politiche e le presunte investiture verso i suoi continuatori sono oggetto di interpretazione e di cause; e il nipote, Nicola,  è accusato di tentato omicidio di un prete, Leopoldo Dorrucci, al quale si sarebbe rivolto per avere scritti dello stesso Panfilo Serafini che gli sarebbero stati negati. E’ stato un turbine continuo la sua vita e drammatica è stata la sua condizione negli ultimi mesi prima della morte; si è trascinato nella morte una bufera che ha continuato ad avvolgerlo per quello che aveva scritto o soltanto per quello che il suo nome evocava. Con una delle più infelici espressioni del tanto celebrato divo della Repubblica, Giulio Andreotti (a proposito del martirio dell’avv. Ambrosoli, dunque in tempi nei quali l’eroismo o soltanto la coerenza erano diventati un disvalore), si direbbe che “se l’è cercata”; in realtà ha dimostrato che chi combatte davvero con tutte le proprie energie e con tutta la sua onestà va incontro a un destino che è difficilmente edulcorato dalla mediazione e dal compromesso.

Nella foto in alto la sentenza della Corte criminale recante la condanna di Panfilo Serafini a venti anni di “ferri”; in basso alcuni corpi di reato in processi borbonici, cioè i segni del tricolore. Si possono vedere nella mostra aperta fino alla fine dell’anno all’Archivio di Stato.

Nella foto del titolo la condanna a morte del Serafini, poi non eseguita

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