IL VERO BIMILLENARIO DEL GENIO MATURO E SAGGIO

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UNA LETTERA DI OVIDIO NEL 13 D.C. E LA CERTEZZA DI NON RIVEDERE PIU’ ROMA

24 NOVEMBRE 2013 – E’ un cittadino romano che partecipa della felicità dell’Impero l’Ovidio che scrive proprio 2000 anni fa, nel 13 d.C. (“La mia poppa non va per acque tranquille” annota; nella immagine del titolo “La tempesta”, di Monamy)

I Peoni sono stati sconfitti, sono state domate le rivolte dei Dalmati e degli Illiri, Tiberio ha celebrato il trionfo (v., per un parallelo proprio nello stesso anno, l’epistola n. 1 del secondo libro in “L’acqua è la mia sola bevanda e Venere non entra nel letto dei tristi”), anche se fra meno di un anno Augusto morirà, non c’è segno alcuno della sua fine imminente e il resto della famiglia gode di ottima salute. E’ questo il quadro che il Vate peligno disegna nella seconda epistola del secondo libro delle sue “Lettere dal Ponto”. Tranne che per i successi di Tiberio, accompagnato da Druso e da Germanico, il quadro narrato da Ovidio è a tinte molto più rosee di quelle reali: la famiglia di Augusto è stata scardinata dalle tremende punizioni che l’imperatore ha inflitto alla figlia Giulia (esilio di Pandataria, l’attuale Ventotene), suicidi e morti misteriose si sono succedute dal primo decennio d.C.; la stessa figlia Giulia, costretta sostanzialmente a sposare due uomini che facevano parte della politica imperiale, ha perso ogni affetto per il padre e si sottopone ad una vita di grandi frustrazioni: e di grandi, incommensurabili dolori, superiori in grandezza a tutte le pur immense gioie che oltre sessanta anni di dominio assoluto hanno donato ad Augusto.

La figlia dell’uomo più grande del mondo conosciuto ha visto morire, uno dopo l’altro, i suoi piccoli figli, e non è del tutto infondato il sospetto che glieli abbiano uccisi. Ma Ovidio di questo non vuol parlare, perchè sa che non predisporrebbe bene il Principe verso il perdono. Ovidio vuole usare con grande prudenza la stessa penna, lo stilo, che accusa di avergli allontanato i favori di Augusto. E alla penna, strumento del suo essere intellettuale, colto anche se non potente dominatore dei versi, egli affida le sue suppliche: è questo fra gli ultimi mesi del 2013 e il 2014 il vero bimillenario della fine del genio di Publio Ovidio Nasone, che ad alcuni è parso querulo e prostrato, distante dalla eleganza dei versi delle Metamorfosi, ma che ha dei lampi di creatività che egli stesso sottovaluta, considerando (come in più punti afferma) una poesia non rifinita quella che ancora l’antica pianta della sua fantasia regala (dirà che non ha animo e voglia di rileggere e correggere i suoi versi).

Egli ha compiuto i 56 anni, ha raggiunto la sua grande maturità artistica, oggi più che mai può far sgorgare versi se solo si prepara a scrivere (come aveva detto per compiacersi della facilità dei suoi esametri). Sebbene ottenebrato dal dolore del lutto (sul quale da ultimo ha indagato, con richiami psichiatrici, il dott. Antonio Di Benedetto) nella foto in basso lapide, apposta nel museo archeologico all’Annunziata, la frase del Vate, tristissima noctis imago, in ricordo dell’ultima notte trascorsa a Roma, appena appreso della relegazione decretata da Augusto in persona) evoca personaggi della mitologia e dimostra una familiarità che quasi lo eleva a regista di tutti i ruoli nella tradizione sacra e profana di Roma. Una acuta osservazione è stata formulata nel riscontrare nella tattica consigliata a Messalino per avvicinare il Principe una riconversione delle strategie articolate nell’Ars amandi.

Duemila anni fa, dunque, Ovidio pregava il destinatario di questa epistola di leggerla tutta, di non “esiliare con me le parole: dove sei tu è concesso ai miei versi di stare”. Molto drammatica è la descrizione del proprio destino: “La mia poppa non va per acque tranquille”. Comunque Ovidio si spinge a implorare l’intervento di Messalino per quanto pericoloso possa essere ridiscutere il suo destino di esule (“la ferita è tale che, non essendo sanabile, reputo più sicuro non toccarla”); non teme peraltro l’incertezza: “Altri cerchino la sicurezza: sicura è la sorte peggiore che non teme peggioramento”, come la sua, appunto. “Chi è trascinato dall’onda di un fiume impetuoso si aggrappa alle spine e ai duri sassi; per paura del falco l’uccello con ali tremule osa stanco cercare riparo tra gli uomini, e non esita a rifugiarsi in una casa vicina la cerva che fugge atterrita i cani aggressori”. Egli è tormentato dalla consapevolezza di avere una colpa e tuttavia dalla speranza di avere un perdono: “la causa di un reo confesso non va difesa. Ma vedi se possa scusare l’azione la fonte del fallo o se a nulla giovi considerarlo”. Non già per tornare a Roma, ma per avere almeno un “luogo pacifico al mio misero esilio”; per non rimanere “povera preda dei Geti”. L’idea di rivedere la sua Fabia e la grande “caput mundi”, dopo l’esito delle varie suppliche precedenti, è andata sfumando.

E Ovidio è tutt’altro che un ingenuo.

Le parole di Ovidio scolpite nelle sale del Palazzo dell’Annunziata, riprese da Goethe a chiusura del “Viaggio in Italia”