“L’ACQUA E’ LA MIA SOLA BEVANDA E VENERE NON ENTRA NEL LETTO DEI TRISTI”

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DUEMILA ANNI FA OVIDIO PENSAVA TUTT’ALTRO CHE A CIBUS ET EROS

25 NOVEMBRE 2013 – Il 7 e 8 dicembre si svolgerà una serie di manifestazioni cittadine, dalle “vetrine dell’amore” alle “cene afrodisiache”, ai “baci davanti alla statua di Ovidio”. E’ un impegno di “Fabbricacultura” su iniziativa della Camera di Commercio dell’Aquila.

Siate parchi, andateci piano con le cene a base di ingredienti eccitanti e con lo sfoggio di effusioni dell’amore sotto la monumento in Piazza XX Settembre; il pacchiano è sempre dietro l’angolo quando ci si avventura in richiami per il turismo in cerca di eccitazioni comunque. Proprio nell’anno 13, duemila ani fa, Publio Ovidio Nasone scriveva a Flacco (che sarebbe diventato addirittura console nel 17) per dirgli con franchezza : “Mi manca gusto alla bocca, la tavola pronta mi nausea / e mi lamento quando è l’ora di cena. / Qualunque prodotto del mare, del suolo o dell’aria mi servi, / non uno ce ne sarà che io desideri. / Nettare e ambrosia, bevanda e cibo dei numi, mi dia / solerte Iuventa con la sua bella mano: / nemmeno quel sapore sveglierà il mio palato, / inerte rimarrà nello stomaco il cibo”. Ed è veramente una confidenza che il Vate peligno fa all’amico, perchè “Non oserei scrivere questo, per quanto vero, / a chiunque, perchè non sembri il mio male un capriccio. / Certo, tale è la situazione, tale il mio stato, / che c’è pure spazio per i capricci!”; egli ha un orgoglio non sopito, ha una dignità che lo fa spaziare nelle melanconie e nelle evocazioni senza diventare piagnucoloso; ha un animo forte, permeato ancora dalla speranza di tornare a Roma, che si spegnerà definitivamente l’anno successivo, con la morte di Augusto (seguiterà a supplicare, ma con l’intima convinzione che tutto è perduto). E all’amico Flacco non nasconde che : “A mala pena sapresti riconoscermi in viso, / sorpreso di non ritrovarvi il suo colorito./ Poca linfa scorre per i miei fragili arti, / e le membra sono più bianche di cera. / Né mi dà debolezza il vino eccessivo: / sai che l’acqua è la mia sola bevanda. / Né mi appesantisce banchetto; pur volendone, non ne troverei nelle terre dei Geti”. Questo per quanto riguarda il “cibus”. Peggiore è il rapporto di Ovidio con l’Eros, duemila anni fa esatti: “Né le forze mi toglie la fatica di Venere: / quella non entra nel letto dei tristi” (nella immagine la tela “Giove e Semele”). Subito dopo torna a chiedere, a Flacco e al fratello, l’intercessione presso Augusto: “Voi siete come una terra amica allo scafo sconnesso, / voi mi date l’aiuto che gli altri mi negano. / E sempre vi prego di darlo, chè sempre ne avrò bisogno / finchè sarà offeso con me il nume di Cesare. / E che mitighi l’ira, non che la deponga, / voi pregate, supplici, i vostri dei.” Ancora qualche mese e il padrone del mondo chiuderà, chiudendo i suoi occhi, la vicenda di supremo imperatore che dura da quando aveva poco più di venti anni. Tre anni dopo si spegnerà anche Ovidio senza aver mai rivisto Roma.