RELEGATO SI’, MA DAVA DEL TU ALL’IMPERATORE

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UN ATTENTO STUDIO DI CICCARELLI SUL SECONDO LIBRO DEI TRISTIA DI OVIDIO

30 SETTEMBRE 2013 – Sarà morto anche esule e lontano migliaia di miglia dalla “sua” Roma; avrà invocato clemenza tante volte, e in qualche caso con l’insistenza di chi non ha nulla da offrire in cambio di un gesto di misericordia. Fatto sta che Ovidio si rivolge a tu per tu all’Imperatore romano e nel secondo libro dei “Tristia”, quando è così trafitto dal destino di esule, incardina un monologo che ha i caratteri virili di una confessione e di un bilancio di una vita senza nulla rinnegare di quello che ha fatto e invitando il suo padrone assoluto, il padrone di tutta Roma, a rivedere con più obiettività la sua vicenda e le sue colpe.

L’orgoglio di una punizione firmata Augusto

E’ l’Ovidio che sa di essere stato al centro della vita di Roma, di aver avuto la confidenza (e forse non solo quella, ma quasi certamente non molto di più) di Giulia: il poeta che tra i suoi personali “Fasti” può mettere anche quello di essere stato colpito da un decreto firmato di proprio pugno da Cesare Ottaviano Augusto, il successore di Giulio Cesare e l’uomo che ha fatto grande l’Impero, forse anche più perfetto e personalizzato dello stesso impero di Traiano che raggiunse la massima espansione in tutta la storia di Roma.

E’ una attenta analisi quella che compie Irma Ciccarelli nel suo “Commento al II libro dei Tristia di Ovidio”, in una edizione ormai non più recentissima (Edipuglia, 2003, pagg 1-297), ma di certo consolidato punto di arrivo degli studi sulle “Tristezze” della relegazione: rigo per rigo, tecnica su tecnica, questa elegia viene sezionata con sapienza non più ripetuta in anni più recenti e l’analisi è essa stessa monumento di cultura. Non è prostrato ai piedi di Augusto l’Ovidio di questa (unica) lettera indirizzata proprio all’Imperatore, senza intermediari come le altre. E Ovidio giunge a dare una lezione su quello che gli altri poeti hanno scritto. Augusto è distratto dalla poesia a causa dei suoi troppi impegni di reggente delle sorti del mondo conosciuto; e per questo il Sulmonese lo conduce in una galleria di tutte le “immoralità” che altri artisti hanno scritto senza essere puniti: di Omero, che scrisse una Odissea basata anche sui tradimenti e sull’ “immorale” assedio dei proci alla fedeltà di Penelope. Ci sono luoghi che hanno ospitato eventi nefandi e delitti impuniti: ma questo non ha impedito che quei luoghi siano rimasti aperti e siano teatro di epiche imprese: “L’eloquenza si apprende per sostenre le buone cause, ma protegge i colpevoli, a volte, ed opprime i giusti. Anche il mio carme, dunque, se con libera mente lo si legga, tale risulterà che non nuoccia a nessuno”; “Ammettiamolo dunque, anche i giochi diffondono dei germi che a molti hanno fornito assai spesso occasioni di peccato dove sabbia di Marte ricopre il duro suolo. Si sopprima anche il Circo: pericolosa licenza c’è in quello: vi siede una ragazza, presso uno sconosciuto. E poi, se qui si aggirano donne che vanno incontro ai loro amanti, come mai ogni portico rimane aperto?”. E Ovidio giunge ad una importante conclusione, che è ineccepibile sotto il profilo della logica e dell’etica, quasi della teologia: “Se la mente è perversa non c’è luogo che non possa corromperla e tuttavia quei luoghi restano al loro posto”.

Lo “strenuo oppositore del regime”

E’ un modo di rivolgersi ad un interlocutore che ha pari dignità, che non si pone al di sopra; che forse viene considerato per la contiguità che ha avuto con chi scrive, forse per le frequentazioni di questi con persone della famiglia imperiale, forse per la stessa confidenza che Ovidio aveva con Germanico probabile imperatore al posto di Augusto ormai anziano. Ciccarelli dà conto di chi, come Wilkinson in un saggio del 1955, Holleman in uno studio del 1971, Wiedemann nel 1975 “hanno visto in lui uno strenuo oppositore del regime, privilegiando una lettura dell’elegia in chiave ironica” e secondo l’autrice “Ovidio dosa sapientemente l’atteggiamento remissivo e quello aggressivo”. Il poeta, ormai da anni lontano, “accumula tutte le prove necessarie (la sua condotta di vita irreprensibile, l’esistenza di illustri predecessori, compreso l’insospettabile Virgilio, che hanno dato spazio alla componente erotica nelle proprie opere, la pericolosità della vita mondana dell’Urbs) per dimostrare la parzialità e l’infondatezza del provvedimento di relegazione emesso da Augusto”.

Davanti al suo giudice, senza strisciare

E’ un avvocato di se stesso e non si rivolge strisciando al proprio giudice: arriva a istruirlo, come non ambirebbe nessun potente della Roma di Augusto. Giunge a tacciarlo di non essere obiettivo, sebbene lo giustifichi proprio per la scarsa conoscenza che il divino padre della Patria ha della letteratura. E insinua “la possibilità che anche i suoi concittadini non abbiano condiviso il comportamento dell’imperatore”.

Questo secondo libro dei “Tristia” contiene anche un rilevante spunto letterario. Proprio da Ovidio sgorga l’affermazione che inutilmente i critici del XX secolo hanno ignorato o finto di ignorare per voler esaltare il contenuto e la valutazione della poesia erotica degli Amores e dei Remedia: “L’opera mia più grande, quella che resta ancora senza fine, sui corpi in non credibili aspetti tramutanti”. L’allusione è alle Metamorfosi, considerate dal Sulmonese il poema che lo avrebbe reso famoso per tutti i secoli futuri, finchè avesse avuto fuoco il sole di Roma.

Metamorfosi, “l’opera mia più grande”

Di questa egli si vanta, delle Metamorfosi egli parla come di creature che hanno bisogno di protezione prima che il labor limae le perfezioni. E di esse si gloria senza finta modestia davanti al suo imperatore: è l’ultimo dialogo tra due persone di pari livello, regnanti ciascuno nel proprio universo. Non è detto che Augusto non riconoscesse davvero il dominio assoluto di Ovidio nella cultura del suo Impero. E nell’Impero della cultura di Roma.