LA CARICA DEI CENTOCINQUANTA

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PICCOLE E GRANDI EVOLUZIONI NELLE ASSEMBLEE DELLA CASSA RURALE

13 APRILE 2015 – Stavano tutti nella sala dove adesso si riunisce il Consiglio di amministrazione.

Erano i soci della “Cassa Rurale”, in tutto poco più di centocinquanta. Gente tosta, abituata a lavorare in Italia e all’estero. Con abitudini consolidate, come quella di mangiare poco dopo mezzogiorno, onde i lavori assembleari dovevano incominciare puntualmente alle 9 per finire allo scoccare del richiamo del campanile.

Il ritmo consono alle esigenze del pranzo

Un indugio su particolari di poco conto, sulle virgole del bilancio, avrebbe comportato una autentica rivolta o più semplicemente, almeno, una generalizzata astensione. Tappe forzate per la lettura della relazione allo strumento finanziario, fatto di poche poste e peraltro tutte in vistosa crescita. Erano gratificati, i soci della “Cassa Rurale” di quel continuo accumulo, che non era tutto loro, anzi di loro aveva connotati molto indiretti, ma dava l’idea del progresso, del mettere da parte, che manda a dormire tranquilli dopo una giornata di lavoro concreto. Del resto, in termini più aristocratici, ma non diversi nella sostanza, il Monte dei Paschi di Siena, la banca più antica del mondo, ha visibilissimi nel sigillo i tre cumuli della crescita: quanto di meglio possa aspettarsi una base sociale. Basteranno forse perchè Rocca Salimbeni possa riprendersi dagli attacchi dei banditi degli anni trascorsi.

Molti all’assemblea della banca pratolana acevano a meno anche di chiedere spiegazioni al presidente del collegio dei  sindaci; che se non altro si faceva capire quando leggeva la relazione, al contrario di quello che è successo ieri con una lettura del “sindaco” sbiascicata, in spregio anche alla punteggiatura, mormorata ad un microfono che non poteva sopperire in quanto ad espressività ed intellegibilità; un supplizio, che speriamo non si ripeta grazie alla sostituzione del presidente del collegio stesso.

La clausola “Fa’ tu e fa’ piovere”

I centocinquanta di trenta o quaranta anni fa si fidavano, ma non si affidavano a letture mormorate, perché cercavano di interpretare la salute della banca dagli atteggiamenti dei dirigenti. Erano disposti a concedere tutti i poteri, a firmare procure illimitate del genere di quella che a Pratola viene riconosciuta con la formula “Fa’ tu e fa’ piovere” per invocare anche qualità divine; ma le poche parole da pronunciare in assemblea dovevano essere chiare. Poi il consiglio di amministrazione poteva precompilare schede elettorali con i nomi più graditi all’establishment e agli altri, agli spuri, si lasciava il compito ardito di scalare pareti inaccessibili a mezzogiorno meno cinque contendendosi quei due o tre righi rimasti punteggiati; ma nel credito, nazionale e internazionale, la democrazia ancora non entra adesso, figuriamoci quanto poteva essere richiesta negli anni Settanta. Intanto da quelle assemblee è partito un “no” fiero a combinazioni bancarie che non facessero l’interesse della base sociale rurale ed artigiana, poi di quella della più estesa comunità cittadina pratolana e da quel cuore si è sviluppata la federazione delle Casse rurali ed artigiane di Pratola.

Femmine di ieri e di oggi

Il melenso ritornello della rappresentanza femminile non si doveva neanche porre alla Cassa Rurale di allora, perché la battagliera Silvina Presutti, classe 1911, raccoglieva e diffondeva tutto il rosa che le donne di Pratola potevano imprimere ad una banca; e non taceva sui temi importanti. Era forse il prologo per la elezione di una presidente nell’assemblea di ieri (nella foto Maria Assunta Rossi, scelta per acclamazione), giusto passaggio per una cittadina che già quaranta anni fa elesse un sindaco al femminile, Maria Teresa Presutti, e che non ha nulla da apprendere in fatto di emancipazione dalla consorella Sulmona, ancora senza un sindaco femmina e con il ricordo di  una banca senza neanche un consigliere un quota rosa.