11 GIUGNO 2013 – La Soprintendente dei beni storici, artistici ed etnoantropologici per l’Abruzzo, Lucia Arbace (nella foto del titolo), ha presentato martedì alla Badia morronese il libro di Dacia Maraini “La grande festa”. Ha guidato l’evento Italia Gualtieri, pubblicista e scrittrice. Alcuni brani sono stati letti da Mauro Pierfederici e Antonio Lovascio. Le musiche sono state eseguite dai “DisCanto”.
Pubblicato alla fine del 2011, “La grande festa” è la descrizione di un’anima laica davanti alla morte. Non riprende nulla dal titolo il racconto del dolore profondo che la morte delle persone più care, di una in particolare (l’uomo più giovane strappato alla vita dopo ingiustificabili sofferenze) ha provocato ricorrentemente, sempre più acutamente, nella scrittrice. Tuttavia, dalla lettura di queste stupende pagine ricche di riferimenti al mito e alla spiritualità più profonda, si percepisce un senso di elevazione, quasi di leggerezza degli ultimi istanti davanti a quello che pure molto efficacemente Franco Battiato definisce “lo spavento supremo”. Maraini ha tempo e sostanza per parlare della volpe del Parco Nazionale (“Un giorno di settembre, nella mia casa di Pescasseroli ho sorpreso una volpe seduta su una sedia davanti alla tavola appena apparecchiata. Sembrava pacificamente aspettare di servirsi di qualche ghiotta pietanza”), ma non per imprimere leggiadrìa ad un tema che non potrà essere mai leggiadro, quanto per ricordare cosa significavano animali e uomini nella trasposizione della letteratura, nella consapevolezza che riesce a rappresentare la morte in modo organico, quasi consequenziale, necessario.
Non c’è niente di consolatorio in queste pagine: la morte è sempre, almeno, una amputazione (così la chiama la scrittrice quando parla dello strappo per la morte della sorella). E questo libro sulla fine della vita affronta il dolore della separazione senza propinare nessuna promessa per un colloquio spirituale con chi non c’è più, come va molto di moda tra chi scrive su questo argomento; non fa sconti sulla necessità di prendere atto che la morte è… la morte, nella sua folgorante implacabilità: “Un corpo in cui non c’è più la persona, che cosa è? Caterina continuava a toccargli le gambe gonfie e livide, lo baciava sulle guance, sulla bocca. Per me cominciava invece il distacco dal corpo che avevo amato e coccolato. Cominciava la conquista della memoria. Per questo odio i funerali, il culto delle tombe. (…)”. E si propone il vero impegno stoico dinanzi alla morte: “Il compito, dopo la morte di una persona amata, è quello di imparare a coabitare con il suo ricordo. La memoria cresce, come fanno i vivi, mentre il corpo morto rimane inerte e muto e tende solo a deteriorarsi”.






