LA POESIA DI OVIDIO, OVVERO INFRANGERE I LIMITI

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Deucalione e Pirra

PERCHE’ L’ESEMPIO DELLA TRASGRESSIONE E’ NECESSARIO NELLE EPOCHE DEL CONFORMISMO. INTERVISTA AL PROF. SILVESTRI

I OTTOBRE  2015 – Come si può tenere vivo un interesse per la poesia?

Come si possono ancora leggere lunghi componimenti poetici se tutto conduce alla brevità e alla fretta che non consente di soppesare e quasi assaporare le parole, di ripercorrere le scelte che l’autore ha fatto per esprimersi meglio, per dedicarsi in quel momento a quella parola ed eleggerla a mezzo assoluto del suo sentire? Come si può, in definitiva, riscoprire il valore di una lingua, di una letteratura e farlo insieme ad altri, quasi scegliendo un modo sociale?

“Sono utili le periodiche letture di testi, fatte in gruppi, avendo a disposizione il testo scritto” suggerisce il prof. Domenico Silvestri, Emerito a “L’Orientale”, Università di Napoli, quando esaminiamo con lui un modo di preparare una città al suo appuntamento più grande: il bimillenario della dolorosa scomparsa dell’esule per antonomasia, il Publio Ovidio Nasone che stava bene nella sua Roma, che forse avrebbe prodotto altri capolavori immensi, come le “Metamorfosi” e che fu costretto a partire in poche ore.

Con l’ascolto di un brano letto di tanto in tanto, con cadenze regolari tra una lettura ed un’altra, si scopre un mondo, lo si tiene fisso anche nella memoria, si collegano frasi ad emozioni, modi della pronuncia a immagini. Elias Canetti, premio Nobel per la letteratura, racconta, con enfasi direttamente proporzionale alle emozioni subite, il suo fascino per le letture di Karl Kraus, addirittura il turbamento per l’efficacia delle sue pagine de “Gli ultimi giorni dell’umanità”.

Potrebbe essere un uovo di Colombo di questo Bimillenario: quello di affidarsi completamente a Ovidio e di compenetrarsi nelle cento traduzioni che ormai hanno seguito le “Metamorfosi”, fino all’ultima, quella di Vittorio Sermonti: senza orpelli, senza aggiunte.

Amare Ovidio per quello che avrebbe dovuto tacere

“Se un traduttore è bravo, deve trasferirsi nel testo, parlare a sua volta dalle righe del componimento, con il linguaggio di oggi. Il “classico” non è fruibile se non è attualizzato, niente può essere imbalsamato. E, del resto, non può definirsi “classico” se non è fruibile. Lo abbiamo visto con Salvatore Quasimodo e il suo “Specchio” sui lirici greci: freschezza, attualità, immediatezza, al punto che la grande poesia, per potersi dire ben tradotta, deve apparire come proposta per la prima volta, deve stare in mezzo a noi, al nostro linguaggio, alle nostre interiezioni” scandisce ancora il prof. Silvestri, che si anima quando espone il suo punto di vista sui contenuti della poesia di Ovidio: “Ovidio è da proporre in tutto quello che non avrebbe dovuto dire” e che ha detto. Perché lo ha detto, se, non dicendolo, sarebbe rimasto a Roma ed avrebbe potuto scrivere ancora? Questo è il messaggio più cospicuo della vita di Ovidio, della sua poesia, che è rappresentazione della sua scelta di vita. “Oggi Ovidio si può riproporre come colui che ha infranto i limiti: proprio oggi che tornano a tracciarsi dei limiti nella espressività, pur in un mondo che denota un eccesso di comunicazione”. Chiaro è il riferimento ad un nuovo conformismo, ad una crescente voglia di censura nell’epoca della grande connessione perenne.

Ovidio meritò la relegazione perché il riferimento al continuo divenire, nelle Metamorfosi, poteva alludere anche ad una trasformazione e, quindi, anche ad un decadimento della potenza romana? Poteva essere già questo un dispiacere per Augusto?

“Tutte le Metamorfosi si fondano sul dato oggettivo della precarietà delle forme; ma penso che non si possa rinvenire in questo un messaggio politico di Ovidio, non era questa la trasgressione del Sulmonese”.

Il Travaglio di età imperiale

“Ovidio può essere considerato un Travaglio dell’età antica” sintetizza con grande effetto la consorte del prof. Silvestri, prof.ssa Cristina Vallini, a sua volta docente presso “L’Orientale”, ma di Linguistica, quando questi osserva che il Sulmonese “con i freni non sapeva lavorare”, eppure era consapevole che tutte le sue più sofferte scelte di vita lo avrebbero caratterizzato per sempre, consegnandolo ai posteri. “Infatti, proprio nel finale delle Metamorfosi, egli conclude che la parte migliore di lui vivrà – ci congeda il prof. Silvestri -.  Veramente fu una vita degna di essere vissuta fino in fondo, fino a quell’epilogo della dolorosa relegazione, perché fu una vita che tratteggiò l’ autentico volto di Publio Ovidio Nasone”.

Nella immagine: Giovanni Maria Bottalla,  “Deucalione e Pirra”, XVII sec., olio su tela, Rio de Janeiro, Museo Nazionale. Dal mito narrato da Ovidio al libro primo delle Metamorfosi. Unici a restare vivi dopo il diluvio, riprodurranno la specie umana interpretando le parole dell’oracolo che aveva detto loro di lanciare alle spalle le ossa della grande madre (che saranno i massi della Terra, considerata la madre-natura), premio di una visione armoniosa dei precetti degli dei, rispetto a quella che sulle prime aveva sbigottito entrambi: gettare le ossa della loro madre. 

20 AGOSTO 2016 – Le celebrazioni per il Bimillenario della morte di Ovidio, organizzate da “Il Vaschione”, sono state aperte dalla rappresentazione di alcuni miti di Ovidio nei pressi del tempio di Ercole Curino, alle falde del Monte Morrone. Tra questi, anche il mito di Deucalione e Pirra, secondo l’interpretazione di Sista Bramini per il Teatro Natura (Thiasos)