L’Abruzzo si sposa con le Marche

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RIFORMA DELLE REGIONI: LA BOZZA ENTRO IL 30 APRILE

14 MARZO 2015 – Entro il 30 aprile una “commissione consultiva” del presidente del Consiglio

dovrà fornire un parere circa la proposta di ridisegnare la geografia amministrativa dell’Italia attraverso la costituzione di dodici regioni in luogo delle attuali venti. Per venire agli aspetti che interessano direttamente l’Abruzzo, le quattro province attuali (o ambiti territoriali che dir si vorranno) andranno considerate insieme a quelle di Ascoli Piceno, Macerata ed Ancona, a nord, e a quella di Isernia a sud, per chiamarsi tutte insieme “Regione adriatica”. Confinerà con la provincia di Campobasso, che però parteciperà della “Regione del Levante (attuale Puglia, con l’aggiunta delle province di Matera e, appunto, Campobasso). Roma con la sua attuale provincia costituirà una regione a sé. Il Triveneto accorperà le attuali: Veneto; Friuli Venezia-Giulia e Trentino; l’Umilia-Romagna si succhierà Pesaro dalle Marche; l’Umbria scomparirà, annientata dalla espansiva Toscana, che prenderà anche la attuale provincia di Viterbo. Sicilia, Sardegna e Lombardia rimarranno quelle che sono, mentre la Regione del Ponente aggiungerà Potenza all’attuale estensione territoriale della Calabria. Una “Regione Alpina” riunirà Piemonte, Valle d’Asta e Liguria e, da ultimo, la Campania assorbirà le province meridionali del Lazio: Latina e Frosinone.

Deve curare l’istruttoria di questa “proposta” di riforma Gianclaudio Bressa, che, partendo dall’ovvia considerazione che “L’immagine pubblica, in ragione degli scandali ripetuti, sta offuscando il senso di questa presenza istituzionale, riducendola a una legnosa ed enorme macchina burocratica”,  preannuncia di voler ridiscutere non solo gli ambiti territoriali, ma anche  le “funzioni delle Regioni, aprire un grande dibattito per capire a cosa debbano servire e se non sia giunto il momento che su grandi temi non si debba immaginare gestioni condivise tra due o più Regioni”.

Cioè, in sostanza, fare a meno della tanto strombazzata valorizzazione delle peculiarità autonomistiche. Una chicca è il riferimento di Bressa agli “scandali ripetuti”, che non si cancellano certamente riformulando i confini.

Tuttavia, l’occasione non va sciupata se si vogliono evitare tante rendite di posizione, come quella di Campobasso, che guida una regione lillipuzziana o di Perugia che, sia pure più fiorente, non merita certo un segmento territoriale costoso e macchinoso come quello di una regione; o L’Aquila che, sperduta tra i monti ed accuratamente evitata da tutti i traffici commerciali, dovrebbe orientare realtà propulsive come Pescara, Teramo e tutte le province marchigiane.

Ora è da vedere se, oltre alle chiacchiere che Renzi propina ad ogni proposta di riforma, il “parere” del 30 aprile partirà da presupposti seri e se soprattutto sarà informato ad assecondare l’interesse dell’Italia.