LETTURE DOMENICALI – “La poesia crea gli dei”

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IL DONO DI OVIDIO A GERMANICO: LA VITTORIA SULL’OBLIO DEL TEMPO

22 GIUGNO 2014 – Quelle di duemila anni fa furono le fasi più altalenanti della speranza e della disperazione di Ovidio nell’esilio del Ponto eusino, nella attuale Romania, dove temeva le incursioni delle popolazioni con i continui assalti ai confini dell’impero. In particolare il 14 d.C. (che, ovviamente, Ovidio non contava cominciando dalla nascita di Gesù), è il momento cruciale. Muore Augusto che l’ha esiliato; Germanico, il successore che Ovidio ha sostenuto, forse segretamente,  è un giovane di gran successo. Per questa scelta coraggiosa contro Livia, moglie di Augusto, Ovidio sarebbe stato condannato alla relegazione, secondo una ipotesi formulata di recente.  E’ un uomo in carriera Suillio Rufo, che ha sposato una figlia di Fabia, ultima moglie di Ovidio e al quale il poeta invia la lettera: formalmente, ma in realtà rivolgendola allo stesso Germanico

Tuttavia, l’ascesa di Germanico sarà, nello stesso anno 14, troncata dalla designazione al trono di Tiberio, figlio di Livia (anche se non di Augusto), Suillio sarà, sì nominato questore nel 15, ma subito dopo attraverserà un periodo oscuro, tanto da essere destituito nel 24 per corruzione (o concussione?).

La fluente poesia del Sulmonese è ariosa e manifesta l’essenza del poeta; almeno in questa lettera in risposta ad un messaggio di Suillio. La corrispondenza impegnava mesi da Roma ai confini estremi dell’impero sul Mar Nero e Ovidio  annota in apertura il ritardo, premurandosi di definire la lettera del “genero” “pur sempre gradita”.

Ovidio tenta una nuova difesa: una autodifesa, delle non rare che si leggono tanto nei “Tristia” che nelle “Lettere dal Ponto”. E chiarisce subito, quando ancora si rivolge a Suillio, che “nient’altro in me troverai di cui vergognarti, se non la Fortuna che non mi volle guardare”. E, quando al suo stesso “errore” (come lo definisce n più passi della “poesia dall’esilio”), se lo si esclude, lascerà l’immagine del poeta “senza macchia”, a conferma che non è su quello che ci si può fermare per giudicare la sua vita. Poi, con una tecnica inusuale, ma rivelatrice del vero interesse di Ovidio affinchè la lettera pervenga proprio a Germanico, si rivolge direttamente al “Cesare” (o a quello che egli reputa il vero successore di Augusto). Non potrà erigergli un tempio di marmo, visto che è privo di mezzi per essere caduto in disgrazia, ma “Nasone ringrazierà con i versi, suo bene”: Naso, sui opibus, carmine gratus erit. Riconosce la sua limitatezza: “Certo, ammetto che poco  è  dato in cambio di molto / se do parole in cambio della salvezza” e tuttavia non si abbatte: “L’incenso non ha meno effetto offerto da scarso turibolo / di povera gente che da un grande piatto  (…) Nei versi il valore si eterna e, scampando al sepolcro, / si fa conoscere dalla posterità”; è un’altra predizione sorprendentemente esatta questa che formula Ovidio pur nello stile della “poesia servile” della quale sono state tacciate le lettere e le “Tristezze”.  Ma l’essere servile non era un difetto per la poesia dell’età imperiale, alla quale si chiedeva di costruire la vera sostanza della stirpe “ausonia”, cioè dell’Italia che avrebbe espresso il più grande impero della storia.

E del resto Ovidio non aveva scelta: il tempo passava, già si incanutivano i capelli (come scrive altrove), erano gli ultimi tre anni della sua intensa vita e gli avvenimenti sembrano aprire uno spiraglio, se la sua relegazione era dipesa dall’ira di Augusto. Poi avrebbe potuto verificare che non era il risentimento dell’imperatore, ma il lucido disegno della moglie ad aver stroncato ogni progetto di successione al trono diversa da quella a favore di Tiberio. Peraltro, duemila anni fa, nel 14, quando moriva Augusto, Ovidio sperava: altro non poteva fare nelle lunghe giornate sul Mar Nero, con contatti così sporadici con Roma. In questa “epistula” Ovidio si sofferma su un tema ripreso con grande fascino da Shakespeare: “La corrotta vecchiaia consuma il ferro e la pietra, / non c’è cosa che abbia più forza del tempo”. Lo fa per far risaltare il valore della poesia e per accrescere il merito del suo “unico bene”: cioè lo scrivere ancora versi, sebbene egli non li rilegga e li consegnerà alla letteratura dei millenni successivi senza l’opera di rifinitura usata per le Metamorfosi. Solo una attività umana vince il tempo che, annoterà il bardo inglese riprendendo questo tema, “strappa i denti alla tigre”. Il tempo, pur considerato invincibile “quel che è scritto lo vince”, scripta ferunt annos, scrive Ovidio. “Per quello che è scritto conosci Agamennone e chi fu con lui o contro di lui”. E Ovidio prorompe nell’inno dei poeti: “La poesia, se posso dirlo, crea gli dei”. Riprende proprio l’argomento che ha narrato all’inizio delle Metamorfosi: “Così sappiamo che il Caos si divise da quella /materia iniziale e prese i suoi aspetti”. Giunge il riferimento che ci consente di datare la lettera proprio a duemila anni fa, perché a Germanico dice che Augusto, “salito agli astri per merito, deve in parte ai versi la sua santità”. Quindi il Sulmonese supplica Germanico e gli promette che “se ancora un poco vive il mio ingegno, tutto sarà messo al tuo servizio”.

Non sapremo cosa fece Germanico in quelle settimane del 14 o nei mesi successivi alla morte di Augusto (19 agosto), per sorreggere la causa di Ovidio.  Egli in effetti aveva raggiunto grande popolarità, non solo tra l’esercito che lo adorava (e al quale in Germania si rivolse direttamente in una difficile fase di proteste e risentimenti per il trattamento e la durata del servizio in armi, all’epoca addirittura stabilita in venti anni) e tuttavia trovava insidie quasi quotidiane in molti ambienti imperiali. Scomparve a soli 34 anni, nel 19 d.C., e da Antiochia chiese alla moglie di vendicarlo per l’avvelenamento subìto da Pisone. Qualsiasi supplica dal Ponto, anche cinque anni prima, doveva varcare le barriere insormontabili degli “arcana imperii”.