LO SCANDALO DI BUSSI? NON E’ LA PRESCRIZIONE

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IL PASSATO E IL FUTURO DELLE RISORSE IDRICHE ABRUZZESI ESAMINATI IN UN PROCESSO A PORTE CHIUSE

20 DICEMBRE 2014 – Ora che il primo grado del processo per la discarica di Bussi si è concluso, si può fare un bilancio dell’avventura giudiziaria del più grave disastro ecologico d’Europa (nella prima foto il Pescara qualche chilometro prima di inquinarsi a Bussi Officine).

Tutti i giornali e quasi tutti i siti internet hanno ribattuto sul vecchio registro della scandalosa prescrizione: qualcuno è andato oltre ed ha affermato che “non ci sono colpevoli” perché tutti “sono stati assolti”. Colpevoli ci sono e nei loro confronti è stata applicata la prescrizione, che è legge di civiltà, checchè ne dicano i giustizialisti a corrente alterna che si lamentano un giorno per le eccessive garanzie del processo in Italia e il giorno successivo per la eccessiva durata dei processi in Italia. Che ci sono i colpevoli e che il disastro è stato provocato trenta o quaranta anni fa è un dato acquisito al processo: la stessa cosa che ha portato ad affermare la colpevolezza di Giulio Andreotti per fatti collegati alla mafia fino al 1980, tutti prescritti, ma oggettivamente accaduti, e per lavare i quali non è bastato l’ottimo prof. Franco Coppi con le sue quattrocento pagine di ricorso per cassazione. Quindi un passo avanti è stato fatto, se almeno i prescritti di Bussi non sono candidati a diventare senatori a vita.

Fermo il fatto che non si può tenere sotto processo una persona per quaranta o cinquanta anni (e, se vive di più, anche per altri decenni) e che, quindi, l’applicazione della prescrizione non è lo scandalo di questo processo, occorre dire a grande voce che sono state le riforme repubblicane a infettare il processo penale e ad avviarlo ad una deriva anti-democratica. Nessuno dei pensosi commentatori ha detto fino ad oggi che lo scandalo più evidente del processo di Chieti sono state le… porte chiuse. Il sistema idrico più importante d’Abruzzo, quello che raccoglie le acque di parte del Gran Sasso, della Majella, della Valle dell’Aterno, degli Altopiani Maggiori, della Valle del Sagittario, cioè, appunto, il nodo della confluenza dei migliori fiumi abruzzesi, è stato esaminato in una anonima sala di udienza con il divieto espresso di far entrare pubblico e, cosa più grave, la stampa.

Il Codice democratico

Colpa o bizzarrìa dei giudici che hanno accolto una ipocrita istanza di riservatezza delle difese? No: applicazione della legge di riforma del processo penale che ha sostituito dal 1989 il fascista “Codice Rocco”. Se i processi si svolgono con il rito abbreviato, si celebrano a porte chiuse, cioè in camera di consiglio, senza toghe, senza telecamere, senza taccuini di giornalisti, senza gente ad ascoltare. Se si deve giudicare un illecito edilizio di una mansarda, tutte le tutele per la pubblicità del processo vanno rispettate. Se si deve giudicare un disastro ambientale che, comunque, è sempre un disastro, la pubblica opinione deve informarsi di rimbalzo, fidandosi di quello che dicono gli avvocati o i cancellieri o gli stessi imputati e parti civili. Questa riforma l’ha voluta un “sistema democratico”, nella nefandezza della affermazione di un “processo accusatorio” che avrebbe dovuto privilegiare la cristallinità. Si trattò, per il codice di procedura penale, di una delle più evidenti performance della Confindustria, che pretese, come pretende oggi con altre riforme (la media-conciliazione che obbliga a pagare migliaia di euro solo per sentirsi dire che non c’è accordo e poter andare poi dal giudice), di stracciare millenni di civiltà giuridica, di controllo sociale della funzione giurisdizionale e che menava legnate invereconde dal proprio organo di stampa , Il Sole 24 ore (a firma di un anonimo “Merit”), contro tutti coloro che avevano la spina dorsale di opporsi alla nuova barbarie: tra questi un anziano e peraltro lucidissimo Giovanni Leone, già presidente del consiglio e presidente della Camera, professore di procedura penale e, soprattutto, navigato avvocato. Come più volte è accaduto, il solo fatto di demolire una creazione fascista, invidiata da quasi tutto il mondo per livello tecnico e per equilibrio di tutele, ha portato alla demenziale affermazione di un processo da tenersi a porte chiuse anche se riguarda il passato e il futuro di una intera regione (nella foto in basso l’Aterno-Sagittario prima di riversarsi nel Pescara a Popoli; più in basso un’ansa dell’Aterno nei pressi di Molina; nel disastro di Bussi confluiscono tutti i principali fiumi dell’Abruzzo Citra).

Presidente chiacchierone e sindaci fasciati

Questa lunga premessa serve a spiegare come si vuole arrivare al nocciolo del problema: nulla sappiamo di questo processo, se non quello che sanno gli orecchianti; nel caso specifico, gli origlianti. E sappiamo i corollari di questa triste avventura, utili fino a un certo punto. Per esempio, sappiamo di un presidente di Corte d’assise che, invece di tener chiusa la bocca al di fuori del processo, va cianciando di “giustizia che sarà data al territorio”. E per questo viene ricusato e la Corte d’Appello accoglie tale ricusazione. Sappiamo di un presidente della regione e di sindaci del territorio che vanno a fare la passerella con le strisce tricolori e, quando sanno che si mette male, si tengono a distanza come Renzi dalle alluvioni di Genova e dal terremoto di L’Aquila.

Il processo di Bussi è stato uno spaccato delle condizioni nelle quali le riforme di uno Stato che si fa guidare dalle lobbies e dai potentati hanno ridotto la Giustizia e di come si infierisca sui brandelli di un processo per occupare anche gli spazi residuali di un palcoscenico, per ripetere affermazioni tronfie e per lanciare strali contro la giustizia lenta che fa solo prescrivere i reati.

Ora si potrebbe perseguire la giustizia vera

Chi valuta in buona fede sa che il processo di Bussi ha affermato che un disastro c’è stato e che gli imputati lo hanno causato, anche se adesso la pretesa punitiva dello Stato si è prescritta. Non si sono prescritte le azioni civili che, certamente, vanno intentate anche se non dànno lustro immediato al Presidente della Regione e ai sindaci che vanno in passerella per tradurre in termini di popolarità e di voti un evento così drammatico. I canali della Giustizia, quella vera, sono ancora tutti da percorrere, compresa la claudicante giustizia amministrativa; e già a gennaio si svolgerà l’udienza davanti al Consiglio di Stato per costringere chi ha colposamente inquinato a bonificare.

Poi il Presidente della Regione abbia il coraggio di dire “no” alla costruzione di un cementificio sulle rovine della fabbrica dei veleni; dimostrerà che qualcosa, in minima parte, la scoperta della discarica di arsenico ha insegnato.

Nella foto del titolo: quel che rimane dei fabbricati della “Montedison” (prima Montecatini)

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