MISERERE A TAPPE FORZATE, QUALCUNO NON CE LA FA

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SOPPRESSA LA SOSTA DOPO LA TOMBA, MA SI PUO’ TROVARE UNA VIA DI MEZZO

20 APRILE 2019 – Abbiamo chiesto dove fosse un corista che ci sembrava tra i più affezionati alla processione del “Cristo Morto”: sai di quelli che il sabato ti fermano per chiederti se tutto ti è piaciuto? Cercare tra 120 , seppure ben allineati, non è semplice, anche perché come guardi uno ti distrai dalla ricerca e pensi: “Ma guarda come s’è ingrassato quest’altro”, “Ma quanti capelli ha perso…”, “Ma perché ondeggia così forte? non penserà mica di stare a teatro…” e non arrivi alla fine perché, con l’età, ti dimentichi subito quello che stai cercando.

Eppure l’entusiasta del Miserere non c’è, quest’anno; che si fosse convertito ai fanali e avesse chiesto un posto nel “Quadrato”, magari per un scialba raucedine? Chiediamo alla sorella, che sta fra il pubblico da fervente sulmonese. E purtroppo è proprio così: non è morto, ma è quasi peggio. Non ce la fa a completare il percorso: da quando il Vescovo ha soppresso la sosta “dietro alla Tomba”, cantare e ondeggiare, strusciare e pavoneggiarsi è diventato troppo faticoso. I sedentari non ce la fanno ed hanno dato forfait; e sono i più numerosi, per quanto il Coro si rinnovi, statistiche alla mano, con immissioni di freschi virgulti.

Quasi cinquant’anni fa, quando nel 1971 portammo per la prima volta il fanale nel “Quadrato”, le scene di Via Serafini ci scossero un po’ e capimmo pure perché Folco Quilici, impegnato a “girare” un pezzo di cultura popolare, ma anche di fine antropologia, si astenne dall’entrare in quella bolgia di cantine aperte, di generi di liquido conforto che avrebbero steso anche un alpino. La processione, dopo la “Tomba”, era una passione poco patita; l’ondeggiare del Miserere, da Porta Napoli in giù, era quasi incontrollabile, le note andavano in su e non tornavano mai. C’era il rischio di inoculare il sospetto che, dopo la Tomba, anziché il terribile Aldilà con i castighi, ci fossero le stazioni di una allegria insopprimibile.

Tutto vero, per carità: così non si poteva andare avanti.

Ma la marcia forzata di adesso rischia di spopolare il Miserere; rischia di emaciare i coristi. Qualcuno comincia a pensare: “Chi me lo fa fare? Meglio vederselo dai balconi o, per stare più comodi, dalla tv”. Già ci si mette l’alcoltest a rendere la vita grigia; adesso il Coro può diventare l’avanguardia della repressione etilica nei pedoni.

Una via di mezzo si potrebbe trovare: la sosta “dietro la Tomba” si può ripristinare, con bibite analcoliche e magari un fiadone, che con quella virata al formaggio non è proprio un dolce (lo paragonereste alle colombe infarcite di adesso?) e non viola nessun obbligo di astensione dalle gozzoviglie. Una sosta che si consumi senza foto di gruppo mentre la statua della Madonna trafitta e quella del Cristo piagato aspettano di ripartire. Mazzieri scrupolosi ne abbiamo: per esempio Fuggetta, che già dal nome è tutto un programma in quanto a garanzia di controllo della celerità di marcia e un pungolo per evitare lo stazionamento ad oltranza e il bis.

Non c’è fretta; le processioni una volta, nei secoli lontani (quando furono inventate, per poi fornire il modello di eventi lunghi e tardi, ricopiati dai crapuloni dello slow-food) duravano buona parte della notte. Quando l’aria è tiepida, come ieri sera, potrebbe essere utile sfruttare questo incrocio di autentica fede e di folklore per spostare l’ago verso la prima. Del resto il convivio non era disdegnato in Palestina ed Elsa Morante ha scritto che il segno più alto dell’amore verso un nostro simile è chiedergli “Hai mangiato?”, espressione di cura e premura, mentre accogliere il cibo nel nostro corpo vuol dire riconoscere che si è bisognosi di qualcosa di esterno a noi; che noi non siamo perfetti e superbamente completi.

E chissà che l’entusiasta del Miserere non possa ritornare con il camice rosso…

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