NEANCHE L’IMPERO SCONFISSE GLI SPECULATORI

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IL FRAMMENTO DELL’EDITTO DI DIOCLEZIANO TROVATO A PETTORANO ERA UNA LISTA DI PREZZI MASSIMI

24 NOVEMBRE 2012 – Sono i lavori di abbattimento di un palazzo di Pettorano sul Gizio a riportare alla luce uno dei frammenti più ricchi di significato nella archeologia occidentale: è il 1939 e un avvocato sulmonese, appassionato di analisi e catalogazione dei reperti nel centro-Abruzzo, Guido Piccirilli, dà notizia che vicino a Sulmona, in una zona attraversata dalla Via Minucia (quella che attualmente è la strada statale 17), era stata scoperta una pietra bilingue, latina e greca, con l’elencazione dei prezzi massimi dei beni commerciali. L’eccezionale rinvenimento viene ripreso nel “Bollettino del Museo dell’Impero Romano”, al n. XI del 1940, perchè la prof.ssa Guarducci, che ne cura la pubblicazione conferendogli il riconoscimento accademico internazionale, coglie l’effettivo rilievo di un frammento di pietra unico per la parte occidentale del territorio sul quale si estendeva l’Impero.

Si era in presenza di un disperato tentativo dell’imperatore di arginare la inflazione che sconvolgeva Roma e i suoi immensi possedimenti. Era in verità l’ultima occasione per tenere unito il più grande apparato amministrativo e politico della Storia: di lì a qualche decennio si compì  il trasferimento della capitale a Costantinopoli. Erano i tempi della speculazione, forse in molti aspetti paragonabile (ma cum mica salis come dicevano i Romani) alle scorrerie dei finanzieri mondiali di adesso. La grande importanza di tale norma stava anche  nel vincolo che poneva  sul piano sociale per arginare la fuga dalle attività divenute non remunerative, obbligando i figi a continuare l’attività dei padri: ciò che costituirà l’ordito per realizzare nel medioevo la servitù della gleba. Nello stesso anno, il 301, Diocleziano aveva fatto scolpire un altro editto, quello di Afrodisiade, che puniva addirittura con la pena di morte gli speculatori. Ma le strade del denaro erano le più potenti dell’epoca, anche di quelle, lastricate e super efficienti, che avevano segnato la prosperità dell’Impero. Emanare un editto come quello collocato a Sulmona (da dove, poi, secondo l’ipotesi avanzata dalla prof. Guarducci, sarebbe stato trasportato a Pettorano che era importante stazione di rifornimento della Via Minucia) avrebbe potuto far conseguire un risultato immediato ai tempi di Augusto, non già in quel magma incandescente che stava di lì a poco per giungere al terremoto disastroso (sotto il profilo politico) della battaglia di Ponte Milvio tra Costantino e Massenzio nel 312 d.C.

In questo rinvenimento Aldo Di Benedetto (Storia civile di Sulmona, 1990, Accademia sulmonese degli Agghiacciati, pag. 38) individua una significativa espressione della centralità della antica Sulmo nel sistema dei traffici e dei commerci anche in epoca ormai lontana dal periodo italico e dal periodo di massimo splendore, quello augusteo. Di Benedetto ne trae argomento per validare l’ipotesi della esistenza di “grossi uffici statali a Sulmona”.

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