ORA DI OVIDIO ALMENO L’ANIMA PUO’ TORNARE A ROMA

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9 DICEMBRE 2011 – Colpo d’ala al processo contro il poeta Publio Ovidio Nasone (nella foto a sinistra: la locandina). La sua colpa è stata solo quella di rimanere libero dalle imposizioni del potere: quindi, l’aver sostenuto la successione al trono imperiale del grande Romano, quel Germanico che era espressione della “gens julia”, in luogo di Tiberio che, esponente della “gens claudia”, era stato designato sostanzialmente da Livia Drusilla, moglie dell’imperatore Augusto. Per questo una giuria, convocata al cinema Pacifico al termine dell’allestimento di un dramma che rievocava le ultime ore di Ovidio a Roma, ha revocato il decreto di relegazione del Vate da Roma a Tomi. Il presidente del “collegio”, il dott. Franco Cavallone, ha detto che la decisione sarebbe andata oltre e al di sopra delle esigenze formali e dei passaggi stretti della procedura. In effetti, se si vuol essere legulei, la revoca del decreto di Augusto avrebbe potuto assumerla solo Augusto o un suo successore dell’anno 2011, purchè avesse le insegne e il potere di un imperatore romano, cioè di un pari grado di Obama e Putin messi insieme, visto che Roma, a suo tempo, era la massima espressione di tutto il mondo evoluto conosciuto sul pianeta.

Ma era una provocazione, quel processo (nella foto a destra: la sala durante la rappresen- tazione drammatica), che pure si è arricchito di passaggi sostanziali molto importanti: per esempio una sorta di autodifesa di Ovidio, che ha riconosciuto di venire, sì, da una terra di pastori e di agricoltori e di non essere per questo raffinato. Ma da questo ha tratto lo spunto per dire che se corruzione si poteva leggere nei suoi esametri e se compiacimento di lussuria e di peccati non degni del ruolo di un popolo amministrato dai Cesari si poteva interpretare nelle storie della mitologia da lui raccolte, questo dipendeva solo dal fatto che, trasferitosi a Roma, aveva assorbito di quella città i vizi: che, dunque, non erano suoi. “Sei astuto” gli fa eco Augusto, infastidito non tanto del genio che ha di fronte, quanto della necessità di tenere a freno la moglie Livia. Con Tiberio incomincia la serie di imperatori che di indossare le vesti solenni di capi del mondo non avevano nessuna intenzione (tanto che il successore di Augusto passa quasi più tempo a Capri che a Roma). Dunque aveva ragione Ovidio, nel sostenere che per rinverdire la schiatta dei grandi Romani bisognava affidarsi a Germanico. Anche se poi la Storia gli ha comunque dato torto, perchè Roma, a prescindere da Tiberio, è cresciuta e si è estesa fino ai tempi di Traiano ben duecento anni dopo la morte di Augusto.

E’ stata una riabilitazione del grande poeta latino, più che la revoca del decreto di relegazione. Tutto l’arco delle argomentazioni a favore e contro Ovidio è stato analizzato nella requisitoria della pubblica accusa, sostenuta dall’avv. Giovanni Margiotta, e nell’arringa del difensore, avv. Vittorio Masci. La giuria ha ripreso, a sua volta, molti degli argomenti che negli ultimi decenni hanno consentito di disegnare un profilo di Ovidio virile, fermo nel suo proposito di volere la vera gloria del popolo romano, niente affatto disposto a rendersi il cantore di facili amori più di quanto tutta la società di quel tempo non fosse.

Mirabile la chiusura, con il riferimento al giudizio che la posterità avrebbe dato ad Ovidio: egli non è un uomo da giudicare con il metro dei contemporanei e dei posteri a lui vicini come forse possiamo ancora considerarci pur a distanza di duemila anni, ma “con il respiro del cosmo, del quale facciamo parte”.