ORA IN ABRUZZO DEVE TORNARE LA LOGICA

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IL SEVERO MONITO DELLA CORTE COSTITUZIONALE CHE HA BOLLATO LA LEGGE SULLA RICOSTRUZIONE

30 OTTOBRE 2019 – C’è da rimanere di stucco nel leggere le motivazioni attraverso le quali la Corte Costituzionale ha dichiarato la totale illegittimità della legge regionale per la ricostruzione dell’Aquila. Oltre al fatto che raramente la Consulta ha dichiarato che tutto l’impianto di una legge è incostituzionale (in genere la declaratoria riguarda un articolo o un comma), quello che si apprende dall’ufficio stampa del Giudice delle leggi scuote nel profondo non solo la coscienza di qualsiasi giurista, quanto la normale sensibilità di ogni cittadino abruzzese.

C’è da concludere che questo tipo di politici (cioè non solo i componenti la giunta di D’Alfonso, ma i consiglieri regionali che hanno approvato la legge) sarebbe in grado di devastare la vita sociale se non trovasse un freno nei giudici preposti a limitare il potere dei legislatori. Qui c’è poco da stracciarsi le vesti per le interferenze dei giudici (parliamo di quelli della Corte Costituzionale, che tra l’altro non fanno parte dell’ordine giudiziario): la lettura delle motivazioni della Consulta lascia intendere che, se fosse stato per la giunta D’Alfonso, saremmo tornati al medioevo, quando non c’era alcun bisogno di motivare e di articolare sostegni tecnici all’azione legislativa: “Si tratta – sottolinea l’ufficio stampa della Consulta – di una rigorosa pronuncia che intende porre fine alla pratica di interventi legislativi privi dei presupposti costituzionali e delle risorse necessarie per fronteggiare gli interventi in essi contenuti”. La Consulta ha affermato che il principio della copertura “trova una delle principali ragioni proprio nell’esigenza di evitare leggi-proclama sul futuro, del tutto carenti di soluzioni attendibili e quindi inidonee al controllo democratico ex ante ed ex post degli elettori (si veda in proposito sentenza n. 184 del 2016)“. La precisazione si ricollega al “principio di rappresentanza democratica, posto a garanzia del cittadino, il quale ha diritto di essere informato sull’attendibilità della stima e sull’esistenza delle risorse destinate ad attuare le iniziative legislative e a confrontare le previsioni con i risultati in sede di rendicontazione. La Corte ha concluso che, come sottolinea l’ufficio stampa “la copertura finanziaria delle spese deve indefettibilmente avere un fondamento giuridico, dal momento che, diversamente opinando, sarebbe sufficiente inserire qualsiasi numero (nel bilancio) per realizzare nuove e maggiori spese (sentenza n. 197 del 2019)“. In definitiva, secondo la Corte, l’intero articolato della legge dichiarata incostituzionale “esprime una mera ipotesi politica, la cui fattibilità giuridica ed economico-finanziaria non è supportata neppure da una schematica relazione tecnica. Ciò appare in evidente contraddizione con le radicali innovazioni organizzative e programmatiche, le quali comportano ictu oculi consistenti oneri finanziari“.

C’è da chiedersi chi abbia detenuto le leve del potere in Abruzzo nell’ultimo quinquennio. E c’è da sperare che quanti si trovano adesso in quei posti prendano la pronuncia della Corte Costituzionale per quello che è: una reazione ferma e (questa volta) anche tempestiva ad una arrogante condotta. Ma anche un severo monito per evitare che i piagnistei degli aquilani superino i livelli massimi consentiti per diventare la spinta per accontentare anche le pretese più assurde e, quindi, le speculazioni sul terremoto. A dieci anni dal terremoto c’è infine da chiedersi se sia giusto ricostruire una città su una faglia tellurica e conservarci tutti i principali uffici regionali, costringendo gli abruzzesi a rischiare per poter svolgere le loro attività; oppure nessuno vuol chiedersi cosa sarebbe successo se il sisma si fosse verificato solo cinque o sei ore più tardi?
 

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