OVIDIO AL RIPARO DA EQUITALIA RINGRAZIAVA GLI ABITANTI DI TOMI

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MA IL PRIVILEGIO NON BASTAVA A VINCERE IL LUTTO: “NEANCHE I PELIGNI E SULMONA MI AVREBBERO CONSOLATO”

10 NOVEMBRE 2012 – E’ un Ovidio costernato quello che ripensa alla irritazione provocata agli abitanti di Tomi per quelle sue continue descrizioni della terra inospitale della relegazione.

Egli tenta di distinguere l’ambiente gelido della Romania nella costa del Mar Nero dalla bontà dei suoi abitanti che non si sottraggono ad una civile ospitalità. Si dispiace di aver usato i suoi versi per offendere i Geti con il riferire a Roma, tramite le “Lettere dal Ponto”, in quale barbara terra l’abbia mandato l’imperatore Augusto. E fa “outing” con il riconoscere: “i miei versi si attirano l’ira di tutti”. Il riferimento va proprio al “carmen” che gli avrebbe provocato la relegazione, ma adesso lui parla proprio dei versi scritti da Tomi agli amici che vivono nella “caput mundi” e dice : “Mai smetterò d’essere leso dalla poesia” e proprio i versi “sempre castigheranno il mio ingegno avventato?”. Deve aver ricevuto qualche seria rimostranza dagli abitanti di Tomi per arrivare a chiedersi: “Perchè non mi taglio le dita per non scrivere più/ e folle ricerco le armi che tanto mi nocquero? / Sono risospinto contro gli scogli di un tempo, / alle acque in cui ho già fatto naufragio” e aggiunge nuova angoscia all’angoscia patita per aver scritto qualcosa che non è piaciuto ad Augusto.

Il passo più attuale di questa XIV epistola del quarto libro sta proprio nel riconoscimento di un grande sollievo concesso dai Geti a Ovidio: “Voi da poco mi avete concesso un onore / che non ottiene neppure chi non cadde in rovina. / Su queste sponde rimango il solo immune da imposte, / a parte quelli che favorisce la legge”. Dunque i “gelidi Geti” lo avevano affrancato dal pagare le tasse e un beneficio così non poteva essere trascurato da Ovidio che povero non era e, dunque, le tasse le avrebbe dovute pagare, proprio perchè, a differenza dell’esiliato, il relegato non doveva conferire tutto il suo patrimonio all’erario. Pur se non erano ancora i tempi di Equitalia, e sebbene non fosse avvocato come il fratello (dunque professionista che ai giorni nostri si vede espropriare del 70% del reddito prodotto), Ovidio metteva al primo posto tra i motivi della propria riconoscenza il suo librarsi senza il giogo del fisco. Ma questo non bastava ed egli era sempre senza consolazione, lontano da Roma ed esposto alle scorribande dei popoli che premevano ai confini in una terra lontana.

La colpa non è degli abitanti di Tomi, si affretta a precisare: niente lo consolerebbe. E per tracciare un fortissimo termine di paragone, Ovidio esprime anche in questo passo un immenso atto di amore per la sua terra: “La mia gente, i Peligni, la mia patria Sulmona / non mi avrebbero consolato di più”. Giunto all’epilogo della sua intensa vita (sebbene non fosse consapevole che la morte sarebbe giunta dopo appena tre o quattro anni) Publio Ovidio Nasone ripercorre il suo legame affettivo più profondo non tanto con la fantasmagorica capitale imperiale (che pure segnò i suoi trionfi letterarii), ma con la madre Sulmona, centro degli affetti più profondi, cioè degli affetti che potrebbero lenire un lutto così grande come la perdita della propria immagine, di tutti gli amici, della moglie Fabia, dei suoi studi, del favore di un imperatore romano: “Tutto ho perduto: solo la vita mi resta / per darmi coscienza e materia di dolore” dirà nell’ultima delle “Epistule”.

Nella foto del titolo il monumento ad Ovidio a Costanza (l’antica Tomi)