“OVIDIO SECONDO ME ASSOMIGLIAVA A PAUL NEWMAN”

437

UNA LETTERA DEL PREMIO NOBEL BRODSKIJ A ORAZIO

I MAGGIO 2016 – Tra le ipotesi più plausibili, Publio Ovidio Nasone assomigliava a Paul Newman.

E questo perchè avrebbe avuto uno “sguardo grigio, invernale”.

Lo sosteneva, in una lettera a Quinto Orazio Flacco, il premio Nobel per la letteratura del 1987, Iosif Brodskij; è una missiva immaginaria, ma straricca di riferimenti alle cose e ai personaggi dell’Impero, attualizzati (certo l’aggettivo non sarebbe piaciuto a Brodskij) ai giorni del letterato russo, che sono anche i nostri, letterariamente parlando (nacque a Leningrado nel 1940, morì a New York nel 1996; nella foto in alto lo stesso Iosif Bodskij; qui in basso l’attore Paul Newman).

Con molto garbo, Brodskij fa notare a Orazio che Ovidio gli piace molto di più di lui e soprattutto di Virgilio, tracciato come il vero intellettuale organico, quello che mette una sfilza di discendenze per celebrare la stirpe: “Comunque, Nasone, era più grande di voi due – be’, almeno dal mio punto di vista”. E a tal punto egli ha letto l’Eneide che… gli viene voglia di incontrare Ovidio, di vederlo nelle sue sembianze che non riesce ad immaginare: “E naturalmente mi farebbe molto piacere se tu mi presentassi a Nasone. Eh sì, i miei occhi non saprebbero individuarlo, giacchè non ha mai assunto le sembianze di qualcun altro. Immagino che i suoi distici elegiaci e i suoi esametri abbiano contribuito a impedirglielo. Negli ultimi duemila anni sono stati sempre meno quelli che hanno provato a usarli. Auden, ancora Auden? Sì, ma anche lui ha reso l’esametro sotto forma di due trimetri. Così non penserei a fare quattro chiacchiere con Nasone. Chiederei soltanto di potergli dare un’occhiata, niente di più. Persino tra le anime lui dovrebbe essere una rarità”. Migliore riconoscimento per il Sulmonese, quando si avvicinava il terzo millennio (“mancano solo quattro anni alla fine del millennio”), non ci sarebbe stato. Tanto più che subito dopo Brodskij dimostra di non avere interesse per gli altri: “Non ti seccherò chiedendo di tutti gli altri della comitiva. Nemmeno di Virgilio: lui è tornato nel mondo della realtà, direi, in tante guise. Né di Tibullo, Gallo, Varo e via di seguito: la vostra età aurea era assai popolosa, ma l’Elisio non è il posto migliore per le affinità, e io non ci andrò da turista. Quanto a Properzio, penso che mi arrangerò da solo  a cercarlo. Credo che scovarlo non sia troppo difficile: deve sentirsi a suo agio in mezzo ai manes, alla cui esistenza credeva così fermamente nel mondo della realtà. No, mi bastate voi due. Conservare i propri gusti nell’aldilà equivale a prolungare la realtà nel regno delle ombre”. Dunque Ovidio appare ancora il prototipo di chi fa scelte profonde, determinanti, personalissime.

Ma questa lettera immaginaria, che costituisce per la critica una delle migliori creazioni di Brodskij, non è un divertissement (“c’è un posto in cui si sia informati meglio  che nell’aldilà?” chiede ad un certo punto con l’humor russo, quando si rende conto che Orazio non poteva sapere di un Ovidio che nella tempesta, sulla nave che lo portava nei luoghi della relegazione, si sorprese a comporre versi e per il semplice motivo che “accadde sedici anni dopo la tua morte”): è una lettera lunga e complessa e giunge a riflessioni profonde e originali sulla vita e sull’aldilà, quelle alle quali non si può sottrarre chi incontra Ovidio e non pretende di fermarsi alle prime stazioni delle opere leggere che egli stesso ha ripudiato o, meglio, considerato un tributo alla moda imperante.

E’ una lettera scritta all’indomani di un sogno intenso (nell’immagine sotto la foto di Brodskij: “Trionfo di Nettuno”): è “prolissa” (lui la qualifica così, ma quando si finisce di leggerla sembra sia stata cortissima): “Le lettere prolisse sono un anatema dappertutto, Flacco, anche nell’aldilà. A questo punto, immagino, avrai smesso di leggere, ti sarai stufato. Accidenti, che tiritera contro il tuo amico (Virgilio, appunto; n.d.r.) e questo inno in lode di Ovidio, praticamente a tue spese”. Ma ha “una buona ragione” per continuare: “C’è quel sogno che una volta era per te realtà. Riuscendo a interpretarlo, si prendono due piccioni con una fava. E qui si entra nel regno di Nasone. Per lui una cosa era un’altra: per lui, direi, A era B. Per lui un corpo – il corpo di una fanciulla, in particolare – poteva diventare – macchè, era – una pietra, un fiume, un uccello, un albero, un suono, una stella. E sai perché? Forse perché una ragazza che corre con i capelli al vento può ricordare, vista di profilo, un fiume?

O somiglia a una pietra quando dorme su un divano? (nell’immagine Van Ravesteyn, 1596 “Venere a riposo”). O, con le braccia levate,  somiglia ad un albero o a un uccello? O, quando scompare alla vista, quando in teoria è dappertutto, è come un suono? E, trionfante o remota, è come una stella? Non ci siamo. Ce ne sarebbe abbastanza per una buona similitudine, mentre ciò che interessava a Nasone non era questo, non era neppure una metafora. Il suo terreno era la morfologia, il suo traguardo era la metamorfosi. Quando la stessa sostanza assume una forma diversa. L’importante è che la sostanza sia sempre la stessa. E, a differenza di voialtri, lui è riuscito a cogliere la semplice verità che noi tutti siamo composti della materia di cui è fatto il mondo. Giacchè noi siamo di questo mondo. E così tutti conteniamo acqua, quarzo, idrogeno, fibra, eccetera, sia pure in proporzioni diverse. Che poi possono essere rimescolate. E che già sono rimescolate per dar vita a quella ragazza. Niente di strano se diventa un albero. Solo uno spostamento della sua struttura cellulare. Comunque, per la nostra specie, la tendenza dominante è lo spostamento per cui si passa dall’animato all’inanimato. Tu sai cosa intendo dire, essendo dove sei”. Per giungere, riconducendo il ragionamento alla recente avventura onirica, alla conclusione : “un sogno, Flacco, è nel migliore dei casi una metamorfosi temporanea: molto meno durevole di quella della rima”.

Ma la sostanza, nel giudizio sui contenuti dell’impegno letterario è assai più inclemente quando Brodskij smette di giocare: “Consigliare ad un amico desolato di cambiar tono e di cantare le vittorie di Cesare – questo eri capace di farlo; ma immaginare un’altra terra e un altro cielo – be’ per questo bisogna rivolgersi, credo, a Ovidio. Oppure aspettare un altro millennio. Voi poeti latini, nell’insieme, eravate più bravi nella riflessione e nella ruminazione che nella congettura. Per il buon motivo, presumo, che l’Impero era già vasto quanto bastava per mettere a dura prova l’immaginazione”. E da qui l’atteggiamento nei confronti del potere, il vero carattere distintivo di Ovidio rispetto a Orazio e Virgilio, il confronto con Augusto: “(…) i sentimenti che nutrivi per lui non erano affatto diversi da quelli di Virgilio. Come non erano diversi i metodi che usavi per manifestarli. Anche tu predichi la gloria di Augusto e la esalti al di sopra del dolore umano, affidando questo compito non già – ed è un tuo merito da sottolineare – ad anime oziose ma alla geografia e alla mitologia. Questo atteggiamento, per quanto lodevole, implica, temo, che Augusto è il vostro padrone ed ha trovato in voi due i suoi patroni. Ah, Flacco, avresti potuto benissimo usare l’esametro. Gli asclepiadei sono troppo belli per questa roba, troppo lirici. Si, hai ragione: non c’è nulla che alimenti lo snobismo quanto una dittatura”.

Qui il riferimento al ruolo dignitoso del letterato è palpabile e svela tutto il vissuto del Nobel: poco più che ventenne, tentò di fuggire dalla morsa dell’inferno comunista con un aereo; affrontò un processo interminabile, tentò il suicidio, dai 25 anni in poi convisse con un’angina che gli spalancò l’ansia della vita precaria. Il processo che lo portò all’esilio fu un tipico processo comunista, fatto di testimoni che premettevano “Io non conosco personalmente Brodskij”, ma aggiungevano accuse di pornografia, disaffezione per la patria russa (anche quello era un reato), parassitismo e, alla fine “pigmeo ebreo con i pantaloni a coste”. Nel 1972, tre anni prima della grande avanzata comunista in Italia, Brodsij venne posto davanti all’alternativa di lasciare l’URSS o di essere sottoposto a continui processi, ricoveri in ospedali psichiatrici, interrogatori quotidiani. Così i comunisti mandavano in esilio i russi e soprattutto i letterati. Come poteva Brodskij non identificarsi con Ovidio?

Paul Newman
La statua del Ferrari in Piazza XX Settembre a Sulmona