PUR SE VOLESSE, ARBACE NON POTREBBE EVITARE PICINI

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LA POLIEDRICA PRODUZIONE DELL’ARTISTA SULMONESE E IL SOPRINTENDENTE

23 FEBBRAIO 2013 – Seppure avesse voluto evitarlo, Lucia Arbace non si sarebbe potuta liberare di Italo Picini (nella foto del titolo con Emily Dolvin, zia di Jimmy Carter, presidente degli Stati Uniti d’America, all’atelier di Palazzo Tabassi in Via Ercole Ciofano nel 1977), per le tante occasioni che il maestro le ha riservato lungo il cammino che si presenta ad una Soprintendente per i Beni Storici ed Artistici dell’Abruzzo.

E si avvìa proprio con questa candida confessione il breve saggio introduttivo a firma della dott.ssa Arbace per presentare la mostra (e il libro) sulla tessitura artistica abruzzese, allestita a Pescara. L’aveva già visto nelle “Contadine di Sulmona” del 1963, opera che racchiude il Picini dagli slanci e dalle annotazioni giovanili, ma già profondamente maturo. Poi, così per caso, Arbace ha incontrato l’arte di Picini nei dipinti giovanili “con volti straordinari di giovani donne abruzzesi” e per quelli, lo riconosce, avrebbe meritato ben altro riconoscimento e “degna collocazione” all’indomani della donazione di oltre cento opere alla Provincia dell’Aquila.

Ma, neanche a dirlo, la Soprintendente è rimasta avvolta anche dai tappeti di Picini, dal lungo e certosino lavoro di ricerca e di valorizzazione artistica della tradizione di Pescocostanzo; al punto che si è lasciata convincere dalle critiche del Maestro che brontola fattivamente, nel senso che critica per spronare e non per mortificare. Così ha aderito al progetto di restauro di un esemplare di tappeto antico pescolano e lo ha inserito nel programma ministeriale di interventi per il quadriennio 2012-2015.

E, passo dopo passo, Italo Picini è tornato nella Pescara che oggi guida la cultura abruzzese, con un allestimento che soddisfa il gusto estetico, ma che è anche un lungo percorso nella tradizione, cioè uno studio, più che una carrellata di opere. Per dare il senso di quanti secoli siano stati attraversati, Italo Picini nella sua introduzione a “La tessitura artistica Abruzzese”, da poco uscita per Verdone Editore, ipotizza: “Si vuole che la tessitura artistica sia stata introdotta a Pescocostanzo da schiave turche e cipriote. La leggenda potrebbe avere un fondo di verità se si considera che a Pescocostanzo le famiglie più agiate avevano fra le inservienti alcune orientali “acquistate” nei mercati pugliesi” e il collegamento è presto fatto se si pensa che “In Puglia svernavano con le greggi i ricchi allevatori di ovini del Centro Italia. Le migliori “schiave” – donne tutto fare – per i possidenti di mandrie che svernavano in Puglia, veniva portate a Pescocostanzo e inserite fra le inservienti”.

Studio approfondito quello di Picini, che è riuscito ad avere notizia di tappeti pescolani finiti al Museo delle Arti e delle Tradizioni Popolari dell’EUR a Roma, ma anche al Museo di Gotenberg in Svezia, che non sta proprio sulla direttrice del tratturo per Puglia. E poi l’annotazione finale corrosiva, che vale più di una firma per far risalire lo scritto a Italo Picini : “I “tappeti” pescolani disegnati dal sottoscritto e realizzati nella Sezione Tessitura sono finiti ammucchiati nello scantinato della scuola e tanti altri pregiati esemplari risultano “smarriti””.