QUANDO D’ANNUNZIO INCONTRO’ LA BREVE AURORA SULMONESE

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VERSI SU UN VENTAGLIO NELLA VILLEGGIATURA DEL 1888

14 APRILE 2013 – Gioca con i riferimenti ai Giganti e ai Titani un D’Annunzio che scrive versi su un ventaglio; ha 25 anni nel 1888, quando incontra Aurora, che ne ha solo diciotto, e non può non vedervi la figlia del gigante Pallante. Parole garbate e ricche della dotta inquadratura mitologica di nomi e luoghi. Lui sarà il Vate che ai grandi personaggi della poesia darà corpo in mille altri versi; lei vivrà ancora due anni, per essere rapita da un male allora incurabile. Lei si chiama Aurora Mazara e trascorre l’estate a Francavilla a Mare insieme alle tre sorelle, delle quali una, Francesca, sposerà un altro Mazara per dare a Sulmona l’ultimo erede della linea dei marchesi, Panfilo.

E’ crudele il destino di Aurora Mazara, perchè l’Aurora del mito aveva chiesto al marito Titòno l’immortalità, dimenticando di chiedere giovinezza eterna. Aurora Mazara, invece, vive solo di giovinezza, della stagione brevissima che si misura in poco, come lo spazio tra l’alba e il giorno, nel tempo durante il quale la dea “tinge il mondo prima di affidarlo al Sole” (è Ovidio a scolpire quel frangente, poco prima di chiudere le sue Metamorfosi).

Ha attraversato il Novecento quell’esile ventaglio (nella foto del titolo), scritto con l’ardore di un giovanissimo poeta. Lo conserva Paola Del Basso, nipote della nipote; ma senza darsi… le arie ne ha portato una immagine alla conviviale rotariana dei 150 anni di D’Annunzio, quale tributo ad un mondo di sentimenti forti e vite delicate.

Il sole sorge dietro alla Majella e, come osserva Ovidio, l’Aurora “tinge il mondo prima di affidarlo al giorno”