Quando si ballava per rilassarsi speronando la rivale più avvenente

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Ballo_della_transumanza_2SULMONA, 30 gennaio 2010 – Altro che armonia e festosa comunione di spiriti! Il ballo popolare era fatto anche di “speronature” e di provocazioni, soprattutto tra donne e soprattutto nella difficile gara per mettere in risalto le proprie qualità nei giorni più importanti dell’anno

per la  vita sociale: le feste di ringraziamento nei campi o negli agglomerati di case più vicini ai luoghi di lavoro.

Di tanti piccoli stratagemmi per rendere la vita più complicata alle concorrenti ha parlato (e li ha illustrati concretamente) Anna Anconetano, che ieri sera a Roccamontepiano ha tenuto alcune lezioni di ballo popolare sotto il titolo “Ma che bell’aria, che bella serenata!”, componendole dalle tradizioni di Abruzzo e Lazio. Fanno parte della serie di appuntamenti “Abruzzo in movimento” che continuerà a febbraio e si concluderà, per l’anno in corso, a Fossacesia in maggio, con l’incontro tra Abruzzo e Calabria, ma in riva al mare, per riprendere tutte le cose comuni tra le due regioni dello Stato borbonico, che non sono poche e che stanno riemergendo proprio in questi mesi del 150° dell’Unità d’Italia.

Con Anna Anconitano, che vive a Lanciano, collabora il Gruppo Universitario Tradizioni Antiche: tutti volontari e volenterosi che, senza chiedere un centesimo alle amministrazioni pubbliche, cercano, vagliano, valorizzano i ricordi e le ultime esecuzioni di vecchi e vecchine lungo tutto il versante della Majella e del Morrone, per fare in modo che non siano proprio le ultime e che si possano raccogliere e tramandare. L’impegno si è infittito dopo il “Majella Etnofestival” dell’agosto scorso: le fonti sono tante, piccole persone che hanno un ricordo delle musiche e delle danze: per esempio Silvio Cascetta, che è un testo parlante.

Certo adesso non serve più fare quelle danze che, come ha sottolineato la Anconitano, erano utili anche come ginnastica per riprendersi, a sera, dopo giornate estenuante di lavoro sui campi. E l’istruttrice ha individuato dei movimenti che erano finalizzati proprio ad articolare braccia, tronco e gambe nel modo e nelle direzioni contrari a quelli che la raccolta del grano e le altre gravose attività richiedevano: “Erano danze defatiganti, cioè proprio inventate per stemperare la fatica di tutte quelle ore passate chine sugli strumenti di lavoro”. Per questo, in parte erano gioiose e risollevavano il morale: e tante altre volte servivano a fulminare concorrenti e nemici: saltarelle e “pizzica pizzica” che erano più che altro dichiarazioni di guerra o anche soltanto di scherno.

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