QUEL RILEGATORE CHE SALVO’ DAL CAOS IL NOSTRO PASSATO

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Un tavolino del Caffè Di Marzio

SUCCESSO DELLA RASSEGNA DI PUBBLICAZIONI DI GIUSEPPE DI TOMMASO

22 DICEMBRE 2019 – Grande successo nella saletta del “Bar Di Marzio” (nella foto del titolo) per l’esposizione dei libri di Giuseppe Di Tommaso con le fotografie di inizio secolo XX del marchese Vincenzo Mazara, ma anche di varie altre fonti. Tra le prime componenti civiche della città, l’avv. Elisabetta Bianchi, consigliere di minoranza al Comune, di prima mattina ha voluto sfogliare le otto pubblicazioni che costituiscono il nucleo di questo piccolo, grande ricordo del fattivo rilegatore sulmonese; ancora traumatizzata dall’esperienza da poco conclusa in “Forza Italia”, ci ha chiesto se non rischiavamo troppo a lasciare i preziosi volumetti alla mercè di tutti. Ma un tangibile omaggio andava recato a Giuseppe Di Tommaso, autore di una irripetibile operazione culturale della quale egli stesso, nei pomeriggi nei quali lo accompagnavamo alla ricerca di documenti e angoli della Storia di Sulmona, non era del tutto consapevole, perchè era uomo del suo tempo e non poteva conoscere, per ovvie ragioni anagrafiche, i tempi che avrebbero reso rari e addirittura introvabili i risultati della sua paziente opera di repertoriazione e di affrancamento dal caos informe.

Uno degli otto volumetti di Di Tommaso in mostra e consultabili da chiunque

Perchè abbiamo scelto la sala di un Caffè? Un po’ perchè ci riporta al fascino di quella che in Piazza XX Settembre frequentava il marchese Panfilo Mazara, reduce dai moti dello “Jamm’ mo'” e dal successo del suo 20% a capo del Partito Liberale di Malagodi nel 1966. E quello era lo stesso Caffè nel quale, appena ginnasiali, sentimmo Pinuccio che, alla richiesta  di Angelo Maria Scalzitti di un “espresso e un bicchiere d’acqua“, commentò senza complimenti: “Ecco un altro che si sciacqua le budella dopo il caffè…“.

Ma soprattutto perchè consideriamo il Caffè un crocevia delle relazioni sociali fatte di dignità e di protocolli condivisi. E proponiamo un “manifesto” in antitesi a quella che viene definita l’epoca dello scontro odioso, della prevaricazione e del confronto fatto sulla battuta del twitter.

Quella che è stata definita la “civiltà dei caffè” sembra essersi eclissata. Eppure è stata descritta così bene che sembra ancora vivere nelle narrazioni dei grandi scrittori; e in alcune città, o in qualche via di tutte le città, sembra sopravvivere, perché è un modo di prendere la vita, è un modo di non stare nel proprio guscio, ma al tempo stesso di stare in un’area riservata potendo guardare ed essere visti. Senza impegno. Senza necessità di intrattenere un rapporto e di colloquiare. Di farlo, semmai, soltanto se vale la pena e se l’interlocutore lo merita. Dei grandi narratori che hanno frequentato l’atmosfera dei caffè tra la prima e la seconda guerra mondiale, forse Sandor Marai è uno dei più attenti a disegnare le impressioni di chi si rintana in un tavolino rotondo di marmo con le gambe in ghisa. In “Sinbad torna a casa” sembra che a parlare sia il padrone di casa; o del Caffè, in questo caso il “Chicago” di Budapest: ”Naturalmente al Chicago tutto, incluso l’arredamento, era caratterizzato dal lusso e da una eleganza museale; ma per il resto si trovava ormai raramente, a Budapest, un caffè dove i clienti giocassero a baccarà su tavoli in vecchio, autentico marmo nero. Il tavolo di marmo nero rivelava molto del gusto, della memoria, dell’epoca, dell’affidabilità. Il marinaio amava particolarmente quei tavolini rotondi con le gambe in ghisa, che avevano una dimensione e un’altezza perfettamente adeguate allo scopo: solo su un tavolo come quello si potevano puntare i gomiti e sistemare come si deve un giornale, un vassoio di nichel con un bicchiere d’acqua, un bicchierino di caffè, un portacenere e un portafiammiferi, se il caffettiere voleva che il cliente si trovasse a proprio agio e si trattenesse a lungo. Nel caffè del London i clienti entravano ancora con un’aria tanto circospetta, e prendevano posto ai tavoli di marmo nero in modo così cerimonioso, che si vedeva bene: il nuovo arrivato non desiderava prendere semplicemente un caffè, ma era disposto a trascorrere sotto quelle volte anche una parte della sua vita. Gli uomini non venivano qui per prendere un caffè, ma per vivere, per sopportare in qualche modo la vita.”

Erano luoghi di cultura e di aggiornamento, talvolta anche sui fatti minimi, i Caffè quando non c’erano gli “internet point”: “I camerieri, qui, erano vecchi come gli avventori, parlavano poco, portavano il caffè del cliente abituale senza che quest’ultimo avesse bisogno di ordinarlo, naturalmente servito in un bicchiereSindbad e gli uomini della sua età con gusti simili ai suoi trovavano che vi fosse qualcosa di immorale nel bere il caffè da una tazza -, e il giornale del mattino o del pomeriggio, che il cliente leggeva poi dalla prima all’ultima sillaba con tale attenzione che sembrava volesse decifrare anche il significato nascosto di ogni riga. Al London nessuno aveva fretta, i camerieri avevano tempo esattamente quanto i clienti. Nell’aria e nel comportamento delle persone mancavano quel modo nervoso e frettoloso di sorseggiare il caffè, quell’agitato discutere che caratterizzavano i locali del mondo commerciale. Ma non era frequentato neppure dagli scapestrati, dal popolo vagabondo della notte, che all’alba consuma zuppa di cavolo e birra in bottiglia nei caffè di Pest, e se ne va tristemente accoccolato, con la barba ispida, spaesato, nel freddo calore antelucano di Pest, come se in fondo al cuore sapesse che nessuna sbornia, nessuno stordimento, nessun oblio potrà mai spegnere nella sua anima le braci infernali della solitudine e del dubbio, che si propagano con il loro fumo corrosivo. Il London era frequentato da persone silenziose che leggevano gli articoli di fondo e i piccoli annunci, risolvevano gli indovinelli nei giornali illustrati tedeschi per famiglie, riuscivano a dilettarsi a lungo con i paesaggi di una rivista inglese a colori, dove piccoli lord portavano a passeggio i cani sanbernardo, e i suoi clienti, per lo più, si comportavano come se il mondo non fosse uscito dai cardini, ribaltandoli. In posti simili, come il caffè del London, Sindbad intuiva con particolare sensibilità che queste pacifiche isole della solitudine, della meditazione, della memoria e dei passatempi silenziosi erano già sotto l’assedio della selvaggia alluvione del tempo, che non avrebbe tardato a spazzare via questi rifugi”.