RESILIENZA ORA E SEMPRE

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FESTA DEL LAVORO AL CONTRARIO MENTRE SI AFFERMA LA MENTALITA’ DELLA RENDITA, TRA COMPENSAZIONI E COMPIACIMENTI

I MAGGIO 2023 – Non si avverte la Festa del lavoro e non soltanto perché piove e fa freddo. Da diversi anni non si avverte più, al punto che quasi si ha nostalgia della passione che animava rivendicazioni e scioperi (nella foto del titolo, di Maurizio Padula, una fase critica davanti all’ACE). C’è il vuoto di quando andava via il circo o smontavano le giostre: l’uno e le altre fatti di sudore e di sacrifici che non venivano in superficie.

C’è stata una fase nella quale svegliarsi presto e prendere la corriera per andare in fabbrica era un punto di onore, sebbene questa Valle Peligna una consuetudine ai cancelli, ai tornelli e alle sirene non l’abbia avuta, almeno stabilmente.

C’è stata una fase nella quale le pensioni hanno preso il posto di tanti stipendi; e il passaggio ha aiutato a non avvertire la vertigine del baratro, anzi ha finito con il valorizzare la funzione dei vecchi in famiglia e nel parentado. Invece del posto fisso, si aveva la pensione fissa, quella che non toglieva nessuno. Non è successo neanche proprio ieri: più di trent’anni fa un anziano agricoltore di Pratola Peligna, abituato ad alzarsi alle quattro di mattina per andare a lavorare, rifletteva: “Le campagne sono state abbandonate perché prima c’era una vendemmia all’anno, adesso c’è una vendemmia ogni mese e se ne riscuotono gli utili direttamente alla Posta”. Come dire che non si aveva più bisogno di lavorare: era una anticipazione alle critiche sul reddito di cittadinanza e su quelli che non lavorano perché possono stare sul divano.

Vendemmia di cinquanta anni fa a Raiano

Ora c’è una fase più nuova e più perversa. Non si ambisce più al lavoro, né tanto meno alla sua Festa, perché si trovano altri modi di sopravvivere; oppure soltanto altri progetti, poi il modo di attuarli si troverà. Si può non lavorare e neppure vivere con i sostegni di Stato. Quindi si può vivere anche senza reddito di cittadinanza. Basta svendere il territorio: darlo in cambio di posti di lavoro risicatissimi, ma meglio che niente. Così si è insinuato il tarlo della compensazione, che è pur sempre un vivere di rendita, peggio della pensione, che almeno è un riconoscimento ex post. In molti, prima di adagiarsi sul reddito di cittadinanza, si sono adagiati sul divano della compensazione, o pensano di farlo per loro gli strateghi che hanno trasformato il Cogesa in un pozzo di San Patrizio, facendo finta che non ha un fondo e mettendo alla berlina quelli che indicano profondità e tempi di esaurimento.

Sembra che, come per le pensioni portate a casa dai nonni, l’essenziale sia disporre di un reddito senza lavorare. E senza aver lavorato.

Il tarlo della compensazione vale anche per la centrale di spinta della Snam. Si insinua lì un sordo masticare che prende consistenza e si manifesta nell’intolleranza verso coloro che vogliono ancora condurre una battaglia per impedire che i residui della combustione equivalente a quella di migliaia di autoveicoli ipotechino per sempre l’aria e la salute della Valle Peligna. C’è una mutazione nel genoma dei ragazzi, ormai influenzati da genitori che si dichiarano pragmatici (primo passo sulla via della messa al bando dei princìpi, tanto che ci si precipita verso il MES per lasciare debiti fino alla settima generazione): invece che rimanere distesi sul divano, prendono gli ori di famiglia e vanno ad impegnarli. Non c’è scontro di generazioni su questo punto, perché accade quel che caratterizza le fasi di decadenza pura (semmai la decadenza abbia mai avuto caratteri di purezza): in questo I° maggio piovoso e freddo si comincia a diffondere un cancro mentale che è radicato nella mentalità di chi pensa a svendere le risorse perché tanto è inutile conservarle per chi le svenderà appena potrà, come pare sia successo tra gli epigoni di grandi patrimoni.

E mentre si allontana anche la nostalgia per i sussulti di vita che venivano dal lavoro, fossero i più aspri e divisivi, si avverte un sinistro compiacimento: quello di sapere che molti altri ragazzi, forse già la maggioranza, debbono andare all’estero dopo aver studiato e sognato lungo il Corso e alla Villa. Un tipo strano di Resistenza che confina con la resilienza per la quale è stato fatto un Piano nazionale, per dire soltanto: “Io sono rimasto mentre i più sono partiti. Sono stato più bravo”.

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