SE A PAPA FRANCESCO SI POTESSE DIRE LA VERITA’ SULLA “CITTA’ FRIDERICIANA”

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L’IDEA BIRICHINA DI UN REGALO DURANTE LA SUA VISITA A L’AQUILA – E IL SINDACO DI SULMONA POTREBBE DEDICARE ALLO “STUPOR MUNDI” UN LUOGO PIU’ DEGNO DELLA VECCHIA RIVENDITA DI MATTONELLE E BIDET – INTANTO SULMONA NASCONDE IL SUO LEGAME CON IL MITICO MANFREDI CANTATO DA DANTE ALIGHIERI

17 AGOSTO 2022 – Chissà se qualcuno penserà di regalare a Papa Francesco, quando il 28 agosto andrà a L’Aquila, i tre volumi che la Treccani ha dedicato a Federico II e nei quali, per forza di cose, si parla più dei papi  che dello “stupor mundi”, se non altro perché della straordinaria parabola degli Hohenstaufen molto dipese dalla Chiesa, nel sostegno come nelle scomuniche.

L’opera si compone di circa 2300 pagine ed è uno “stupor librorum” per i contributi accademici (e non solo) e le illustrazioni. Pesa quasi dieci chili, ma non è che il papa debba mettersela sotto braccio e portarla a Roma, tanto più che molti dei documenti riprodotti con foto fantastiche stanno in originale al Vaticano.

Le perplessità su una effettiva donazione del genere stanno nei contenuti. Per esempio, è Papa Gregorio IX  che, mentre era ancora in vita il sovrano del Sacro Romano Impero, rispondeva “alle attese degli abitanti dei contadi amiternino e forconese in termini molto precisi”, annota nella voce “Abruzzo” il prof. Alessandro Clementi (per lungo periodo docente universitario di Storia del Medioevo all’università aquilana) già a pag. 4 del primo volume; lo studioso riporta il messaggio del papa: “Vi lamentate esponendoci le innumerevoli tribolazioni e le infinite amarezze alle quali fino a questo momento vi ha sottoposti l’imperatore Federico, nemico di Dio e della Chiesa, attraverso i suoi ministri, i quali, oltre a rapinare i vostri beni dei quali fanno vergognoso uso, arrivano al punto di lasciarvi appena di che vivere e non hanno remore nel richiedervi prestazioni di angherie e per angherie, come se foste servi e non liberi, e inoltre infieriscono sulle vostre persone, tanto laiche quanto ecclesiastiche, alcune impiccandole, altre accecandole, altre uccidendole, altre mutilandole. Per queste ragioni voi ci chiedete di procurare la vostra liberazione, togliendo voi e le vostre terre dalla soggezione feudale a Federico, per l’indegnità del feudatario e ciò, voi dite, è possibile in quanto è cosa notoria che le vostre terre e voi stessi costituite un feudo di Romana Chiesa”. Il prof. Clementi osserva che “Non se ne fece nulla. Era nata tuttavia l’idea di fondare L’Aquila”.

Ohibò”, diranno quelli che hanno sempre creduto alla befana, cioè alla “notizia” che L’Aquila sia stata fondata da Federico II e che per questo sia “la città di Federico”, come con pappagallesca insistenza scrive chi vede la mano di Federico II nel sinecismo (Clementi spiega anche questo termine che riproduce il fenomeno di “un numero cospicuo di castelli” che dettero vita a una “civitas nova, L’Aquila”). Mentre Federico era in vita (quindi prima del 1250) si era ancora all’”idea” del sinecismo. Per giunta, questa aspirazione dei soliti baroni tra loro rissosi e nei confronti dell’imperatore insofferenti, avrebbe dovuto concretizzarsi mentre Federico esercitava un “sicuro controllo sull’Abruzzo” che “avveniva attraverso una curia regionale da tenersi due volte l’anno a Sulmona” (ibidem).

Questa opera della autorevolissima Treccani, che non venne finanziata dalla Fondazione Carispaq, né da congreghe di Sant’Agnese et similia volteggianti sul cielo aquilano, riporta dunque i veri termini della favola sulla città federiciana, o “fridericiana”, come dicono quelli che pensano di avvicinare di più l’aggettivo alla pronuncia sveva. Nel secondo volume dell’opera su Federico II, alla voce “L’Aquila”, Clementi riprende la questione e scrive che l’”idea” si realizzerà “durante l’interregno ovvero nel periodo che va dalla morte di Federico II alla conquista del Regno da parte degli Angioini con la battaglia di Benevento nel 1266”. Il diploma di fondazione è solo “attribuito” a Federico II e Clementi annota come Gennaro Maria Monti lo ha attribuito “in maniera definitiva a Corrado IV”, cioè al figlio di Federico, padre di quel Corradino che dopo la battaglia di Tagliacozzo fu barbaramente “giustiziato” a sedici anni nella piazza del mercato di Napoli.

Dunque, a tutto concedere, seppure L’Aquila fosse stata fondata dagli svevi, giammai lo fu da Federico. Tra l’altro, con il decreto che consentiva l’aggregazione di quelle terre in una città, sempre secondo il Clementi, si stabiliva che “al fine di impedire a generici predoni, che davano manforte a quanti – traditori e ribelli – si schieravano contro l’Impero, di penetrare nel Regno, nel luogo detto L’Aquila si costruisse una città. Si liberavano da ogni obbligo feudale quanti si trovassero a vivere entro i suoi confini. Si ordinava inoltre l’abbattimento delle rocche feudali”. Una città-galera, dunque, per sistemare predoni e traditori dell’Impero. Sostenere che questo luogo sia stato popolato dagli amici degli Svevi  e che L’Aquila, ancorchè non costruita da Federico, sia stata una città sveva, sarebbe come dire che le colonie penali dei Borbone siano state il corrispondente della città ideale dei filosofi greci, al modello della Siracusa di Platone. Tanto è vero che proprio L’Aquila sostenne, qualche anno dopo, Carlo d’Angiò nella battaglia dei Campi Palentini, dove finì ogni speranza di dominio degli Hohenstaufen in Italia.

Lo “stupor mundi” non realizzò una politica meramente repressiva nei confronti delle lande poi diventate aquilane. “Egli potenziò la rinata attività della transumanza favorendo i Cistercensi che la praticavano, confermando all’abbazia di S. Maria di Casanova molte grance e tra queste quella di S. Maria del Monte a Campo Imperatore sul Gran Sasso” conclude sul punto il prof. Clementi. Tutti sanno che tra L’Aquila e Campo Imperatore c’è una distanza incolmabile dalle semplici “idee” e che se si fonda una abbazia si vuole qualcosa di diverso dalla costruzione di una città.

Se ci fu una città federiciana in Abruzzo, questa fu Sulmona, dalla quale Federico, appunto, teneva in stretta vigilanza l’insolenza dei baroni e la volubilità di certi papi.

Se poi si vuol narrare tutta la storia dei rapporti tra la casa sveva e L’Aquila, va anche detto che il figlio di Federico, Manfredi, incoronato Re di Sicilia nella cattedrale di Palermo l’11 agosto 1258, la rase al suolo nel 1259 (“Né casa vi rimase, né pesele, né ticto” scrive Buccio da Ranallo). Forse anche questa verità storica impedirà agli aquilani di donare i tre volumi a Papa Francesco nella sua visita a L’Aquila. Il nome di Manfredi evoca il barbaro disseppellimento del suo corpo dopo la disfatta di Benevento nel 1266, ordinato dal vescovo di Cosenza (perché, scomunicato, non riposasse in territorio della Chiesa) e la dispersione delle sue membra, secondo un modello che di religioso non aveva nulla e che neanche i peggiori materialisti comunisti hanno seguito nei lager staliniani. Ma neanche questo è motivo per escludere che Papa Francesco possa apprezzare quella che la Treccani chiama proprio “Enciclopedia fridericiana”. Se si ragionasse secondo queste categorie, la Chiesa dovrebbe tenersi lontana dalla Divina Commedia, che invece propone ad ogni piè sospinto e che proprio su Manfredi contiene una delle pagine più belle della poesia medievale senza fare sconti sulle condotte dei guelfi e del papato.

Se la cultura, per la quale Federico II ha realizzato la vera ed unica rivoluzione del Medioevo, attraverso lo scambio di conoscenze con il mondo islamico ancora oggi presenti nella capitale palermitana e in molti angoli del Regno del Sud, fosse la bussola delle relazioni tra gli uomini, certamente opere come questi tre volumi muoverebbero rinnovate aspirazioni al vero internazionalismo; o, se proprio vogliamo rimanere al piccolo esempio della “città fredericiana”, al ristabilimento della verità per omnia saecula saeculorum. Il sindaco di Sulmona dovrebbe tenerla nel suo studio per ricordare ogni tanto quale grandezza conferì Federico II alla città che rappresenta. E, se da quelle pagine si avesse, come si ha, la conferma che l’ultimo, vero sovrano del Sacro Romano Impero, amò Castel del Monte, Lucera, la Palermo nella quale ha chiesto di essere seppellito, non più di quanto in Abruzzo predilesse Sulmona, già da domani Gianfranco Di Piero dovrebbe rimuovere l’intestazione di “Via Federico II” da un budello insignificante, usato fino a trenta anni fa per vendere mattonelle e bidet e la darebbe ad una arteria che la meriti: per esempio quella che anche adesso è dedicata al capo di un impero né sacro, né romano, come Roosevelt (che con Sulmona c’entra come il due di coppe).

E il giorno dopo proprio ancora il dott. Di Piero dovrebbe intestare una strada o una piazza a Manfredi, del tutto ignorato nella toponomastica di una città alla quale diede l’opera civile più importante come l’acquedotto nella Piazza Maggiore. Dall’Aquila per decenni hanno cercato di convincere, urbi et orbi, di rappresentare la “città fredericiana”; Sulmona, che lo fu, come attesta l’”Enciclopedia fredericiana”, respinge anche solo il ricordo.

Nella foto del titolo i tre volumi dell'”Enciclopedia fredericiana” dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana fondato da Giovanni Treccani, con il decreto istitutivo della città dell’Aquila di Corrado IV