Se si sbaglia ad eleggere i deputati è inutile poi scendere in piazza

213

IL MONITO DELLA “RIVOLTA BORGHESE” DEL 1957, ATTUALE PER IL TRIBUNALE

8 MAGGIO 2013 – Scelta rigorosa quella dell’avv. Lando Sciuba di sezionare punto per punto, implicazione per implicazione, il quadro sociale che portò alla “rivolta borghese” di Sulmona.

Lo ha fatto nella ampia relazione tenuta oggi all’agenzia di promozione culturale di Piazza Venezuela, annunciando la imminente pubblicazione di un libro sui fatti del 2 e 3 febbraio 1957. Il dato che rivela una equidistanza dello storico (ormai si può parlare di valutazione storica di “Jamm’ mo’”) viene dall’evidente addebito, mosso dal relatore, già sindaco democristiano dal 1991 al 1993, al principale intervento parlamentare del “dopo Jamm’ mo’”, quello del senatore Giuseppe Spataro, celebrato capo della DC regionale nel dopoguerra. Sciuba ha detto con chiarezza che la rivolta borghese di Sulmona fu diluita nell’analisi dei casi di tutto l’Abruzzo, dalle questioni agricole della Marsica ai problemi del porto di Pescara.

Non ha usato la parola tradimento, ma in realtà la vicenda sulmonese fu strumentalizzata ai fini anche elettoralistici di altre parti d’Abruzzo. Non fu, quindi, adeguatamente rappresentata in sede parlamentare, perchè non disponeva di alcun veicolo, né tanto meno di alcun sostenitore che la rendesse la questione per antonomasia di una città del centro-meridione, peculiare e forse unica nella sua esperienza drammatica, “ineguagliata nella coralità della risposta ad un sopruso”.

La coloritura delle descrizioni dei fatti piccoli e grandi non ha difettato nel racconto di Sciuba (che parlava alla Università della libera età presieduta dal dott. Ezio Mattiocco): per esempio la ostinazione del prefetto che, uscito a malapena dal palazzo municipale dove era stato in sostanza tenuto in ostaggio e da dove lo avevano estratto gli autoblindati della polizia, dopo trenta metri chiede di scendere per andare alla caserma dei Carabinieri di Via Mazara per telefonare direttamente al ministro dell’Interno e al Capo della Polizia della sua liberazione (come se non lo avessero saputo non tanto dai Carabinieri, ma dalle decine di giornalisti giunti da tutta Italia per il caso di un Prefetto cacciatosi nei guai e asserragliato in un municipio). L’aneddotica sulla rivolta borghese è ricca e quasi tutta riduttiva rispetto a quello che veramente è stato il clima di una città mortificata dall’operazione quasi militare che consentì di spogliare gli uffici del Distretto, con competenza sui circondari di Sulmona e Avezzano, per una popolazione di 230.000 persone.

Quello che di quei giorni resta è un monito. Purtroppo non è rivolto dalla città al Governo per il rispetto della dignità delle popolazioni, ma viceversa dal Governo alla cittadinanza: i provvedimenti di scardinamento del tessuto sociale ed economico vengono adottati ed eseguiti perchè a livello parlamentare talune popolazioni regalano il loro consenso ai propri falsi rappresentanti; e, una volta innescato il meccanismo delle soppressioni, non serve scendere in piazza per interromperle o rinviarle. Infatti alle 19, appena ha finito di parlare Lando Sciuba, a poche centinaia di metri, in Piazza XX Settembre ha incominciato a parlare Legnini, deputato del Pd, che meno di due anni fa ha soppresso il tribunale di Sulmona e chiede i voti dei sulmonesi per le prossime elezioni comunali. E ne avrà sempre in misura eccessiva rispetto allo 0 che merita.