DAI RICORDI DI UNA NOTTE BUIA E TEMPESTOSA DEL GENNAIO DEL TERREMOTO
21 MAGGIO 2017 – Adesso che il tepore della primavera ritardata fa spuntare le rosette selvatiche accanto alla ringhiera di Palazzo Mazara, sembra di non aver mai vissuto la notte delle scosse che si assestavano nella Sulmona coperta di neve. Quel sisma trovava nella bambagia bianca la coltre che lo rendeva più leggero, privo del rimestio rumoroso delle pietre di tutte le case, in tutti i vicoli.
Eppure c’è stata la mattina della sequenza interminabile, crescente, preludio angoscioso all’accartocciamento dei palazzi, quando la neve chiudeva i vicoli nei quali fuggire se si fosse avuto il tempo di scendere sessanta gradini che tremavano. Tutta quella neve, distesa in ogni angolo e sputata dal vento nelle nicchie lasciate dal medioevo, dava una illusione materna di poter accogliere chi fosse caduto mentre cadevano le case, di conservare intatto ogni segno del volto dove i terremoti portano con sé putredine e miasmi.
Ogni palazzo, ogni chiesa, perfino ogni fontana conservavano una dignità austera, come fossero vagoni di un treno di lusso cullati da una marcia svogliata e fastidiosa. Era Sulmona che si muoveva pur non volendolo e affrontava un viaggio non richiesto, uno dei ricorrenti viaggi nell’ignoto del suo destino che l’ha costretta a tessere continuamente la tela di Penelope dell’Annunziata, di San Francesco, oppure a dimenticare i ricami più belli di quello che non c’è più.
La neve, anche quando è troppa, consola dal terremoto, perché nella notte ovattata non si sentì più lo scricchiolìo delle pietre che resistono fin quanto possono e si lamentano di un peso eccessivo che si mette di traverso e le squilibra fino alla scossa in senso opposto che le rimette a squadro. La bufera che accompagna la neve di notte ulula e schianta gli abeti, quindi non fa sentire nelle case di cemento armato lo strepito dell’ondeggiare più elastico delle librerie e dei guardaroba; si torna alle sensazioni della culla, quando quello che deve accadere dipende da altri; adesso, da altro.
Ogni casa accogliente, ma non vissuta, scelta come rifugio improvvisato dalle case in muratura, denota il suo limite nell’inverno delle bufere; non si riscalda mai, e nessuno poteva avere la precauzione di riscaldarla due giorni prima, perché il mantra ripete che i terremoti non si possono prevedere e, d’altronde, riscaldare una casa ad ogni sussulto significherebbe assecondare una vena di follia e allargarla, gonfiarla di sangue e paranoie crescenti.
Perciò si sentiva un freddo famelico, di quelli che ti mordono le braccia e le gambe, nella casa ai limiti della cinta medievale, dove il passaggio degli spazzaneve conforta sulla circolazione di ogni altro veicolo, sulla esistenza di un cordone ombelicale anche sotto un metro di neve.
La vita ricominciava prima dell’alba, nei richiami imperiosi del pasticciere al piano terra, che ricordano a chi si fa prendere da timori esagerati di terremoti lontani che la vita è fatta anche per le dolcezze dello zucchero e dell’alkermes e che non c’è nulla che sia inutile se qualcuno si alza alle quattro ed affronta terremoto e bufera per preparare il piacere effimero di un bignè nel giorno del big-bang; e mentre fuori stanno per squillare le trombe definitive, impreca sul blocco improvviso dell’impastatrice. Alla luce del sole spuntano tra le nuvole Gran Sasso e Majella, a debita distanza, che si controllano perché le scosse dell’uno non prevalgano su quelle dell’altra.
Nella foto del titolo: particolare del Portale di San Francesco della Scarpa






