“SOLDATO, LE BOMBE DI IERI ERANO PER IL TUO PAESE”

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SFOGLIANDO IL 1943 NEI RICORDI DI CHI HA 105 ANNI

24 AGOSTO 2013 – Per ricordare il 70° anniversario del bombardamento della stazione ferroviaria di Sulmona e del bosco ove si rifugiarono i viaggiatori e il personale delle Ferrovie, martedì 27 agosto sarà celebrata una messa alle ore 17 nella chiesa della “Madonna Pellegrina”; alle ore 18 sarà deposta una corona al monumento che ricorda le vittime di guerra.

I ricordi della guerra si affollano nello scrigno della memoria delle persone anziane; e sono quelli più tumultuosi, quelli che reagiscono di più se uno li eccita. Francesco Sardi de Letto, sul punto di morte, ricordava il caos delle trincee e dei campi di battaglia della prima guerra mondiale; eppure era vissuto ben sessanta anni di più da quella “inutile strage”, come la definì Benedetto XV e come egli stesso intimamente la considerava, senza lasciarsi ingannare da un celebrativo spirito belligerante.

I “pensieri dal cielo” per la stazione affollata

Le angoscie della guerra si riaffacciano per Luigi Colaiacovo, classe 1908, quando gli si chiede quali siano stati gli anni più intensi della sua lunga vita. E’ accudito dalla figlia, che illumina i suoi sguardi non appena egli ne riconosce la voce e sente che si avvicina per dirgli qualcosa. Era l’agosto del 1943 e da poco era stato catturato a Gela, dove lo aveva portato un interminabile viaggio in treno da Torre de’Passeri per fronteggiare l’imminente sbarco degli anglo-americani. Passato a dover obbedire agli Alleati, aveva lavorato sodo per caricare bombe sugli aerei. Seppe da qualcuno, il giorno dopo, che quei “regali” erano per l’Abruzzo e anche in particolare per la Valle Peligna, dove in effetti un accanito bombardamento aveva fatto strage di civili davanti alla stazione ferroviaria di Sulmona. Lui aveva dovuto lasciare la moglie a Pratola Peligna; sperò fino all’ultimo di ritrovarla, passò dei giorni d’inferno, vagò per altri campi di prigionia. Poi la sua fede che tutto sarebbe andato per il meglio fu premiata. “Bisogna avere speranza e affidarsi ai disegni del Signore” dice adesso se si ferma a fare il bilancio delle tante trame delle quali è fatto il tessuto dei suoi 105 anni (“a dicembre: ai dieci di dicembre” sarà il suo compleanno e solo quindici anni fa è stato in America a trovare il fratello Sante, “gli altri erano Pasquale, Geremia, Domenico, Annina e Assunta”). Chiede di offrire “una bevanda” all’ospite; e poi prende una goccia di succo di frutta, ma quel poco lo gradisce con tutta l’anima. Lo deglutisce e si compiace: “mo’ sì”, per sottolineare il gusto delle piccole soddisfazioni.

Si sono stampate le cose tragiche della sua vita e Luigi Colaiacovo le sfoglia senza perdersi nei particolari: è questa, forse, la ricetta per superare i 100? il modo per sfuggire al diavolo che si nasconde nel particolare e lascia offuscare la speranza che rigenera e spinge tutto in avanti?

I morti della “Spagnola” alla Madonna della Neve

Ma è sempre l’ala dolorosa della morte (anche quella degli altri, di persone sconosciute) che spinge in alto lo scenario dei suoi ricordi: come quello della terribile epidemia del 1918, la “Spagnola”, che sterminò decine di milioni di persone in pochissimo tempo. Non aveva neanche dieci anni quando vide quella serie di corpi affilati “vicino alla Chiesa della Madonna della Neve”, forse senza neanche essere assistiti per timore della infezione che era virulenta, un flagello, portato anch’esso (forse) dagli strumenti di guerra da Oltreoceano e approdato per prima in un angolo della Spagna. Una sorta di “aviaria” che fece capire all’Europa quanti altri mali portano le guerre. Gli è rimasto il ricordo dei visi sfigurati dalla calce con la quale venivano chiuse le bocche per impedire nuovi contagi. Un bambino è attonito davanti ad un morto, a mala pena poteva vedere gli anziani che si spegnevano in famiglia: vedere giovani vite spezzate, madri di famiglia che lasciavano chi tre, chi cinque e chi dieci figli, deve aver guidato il suo approccio con il destino e con i regolamenti insondabili che sanciscono la vita e la morte; forse anche un atteggiamento fatalista che fa accontentare di quello che viene e fa valorizzare il calore delle persone che con slancio riempiono questi anni inattesi, questa appendice che è concessa ancora a pochi, ben oltre il muro dei “100”.

Proprio come il calore che gli viene dal semplice passaggio della figlia, che egli cerca con l’attenzione eccitata di un bambino per la madre, e dal moto garbato del genero che lo asseconda nel rimettere ordine fra gli angoli della memoria. Nel congedare l’ospite, Luigi Colaiacovo augura con una virile stretta di mano, “un buon viaggio” e “ogni benedizione per le cose della vita”.

Nella foto del titolo: Alfredo Di Carlo, miracolosamente riemerso da un mucchio di cadaveri nel bombardamento del boschetto davanti alla stazione ferroviaria, si avvia a raccontare al “Vaschione” i giorni terribili della sua famiglia. Davanti a lui la “Madonna pellegrina”, chiesa costruita sul sito del “boschetto”