GARBO E ARGUZIA PER RIFARE UNA STORIA CITTADINA

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RILEGGENDO LE POESIE DI GIUSEPPE MAZARA: LA GRANDE AVVENTURA DI OVIDIO

12 OTTOBRE 2013 – Giuseppe Mazzara morì nel 1948; discendente da antica famiglia, si era laureato in Giurisprudenza ed aveva svolto poliedrica attività giornalistica.

Angelo Maria Scalzitti, che curò per la “Ovidius” la riedizione delle “Poesie di Nasone” (cioè di quelle scritte a più riprese da Mazzara), annota nella presentazione del volumetto: “Mi sembra di rivedere, il dì della festa, la simpatica signorile sagoma di Giuseppe Mazzara in Piazza XX Settembre, fra gruppi di amici che attendevano la sua “boutade” sui problemi del giorno: qualunque interrogativo si ponesse alla pubblica opinione, “Nasone” sapeva cogliere immancabilmente il lato scoperto per colpire nel vivo la “quaestio”. Senza mai veleno o cattiveria; bonariamente, con aria che sembrava, e forse era, perennemente stanca; con l’atteggiamento dell’indifferenza, dell’uomo saggio che non scuote mai atomo della sua personalità. Nasone gettava la sua manciata di finissimo oppio a destra e sinistra, imperturbabile nella sua signorilità squisita” .

L’avv. Annibale Luigi Corvi, che dirigeva “Il Sagittario”, periodico stampato a Sulmona, annota di Giuseppe Mazzara: “Nessuno più di lui detestava, infatti, il turgore ampolloso e barocco della espressione, le immagine complicate e contorte, le sovrabbondanze verbali e verbose fatte di aggettivazioni pleonastiche, infine, quello che costituisce in letteratura il cattivo gusto proprio del dilettantismo provinciale che dà alla pagina l’aspetto pacchiano di una vetrina di chincaglierie. Il discorso di Peppino Mazzara – anche quello in versi – procedeva chiaro, lucido, conseguente; era preciso e naturale perfino nelle rime che si susseguono senza sforzo pur nella assoluta proprietà del vocabolo aderente sempre alla idea”.

Dalla “Storia di Sulmona” di Giuseppe Mazara abbiamo tratto “L’età di Ovidio”:

“Mentre compivansi, – opra del fato –

Gli ultimi eventi ch’abbiam narrato,

vide Sulmona, per suo destino,

nascer l’illustre Vate latino,

il cui gran nome alto risuona

a onore della natìa Sulmona.

Discese Ovidio, (dice la storia)

di nobil schiatta, piena di gloria,

e fu suo padre degno messere

cruci-insignito da cavaliere.

Ebbe un fratello di lui maggiore

D’un anno appena, nato, a rigore,

entro l’annata, (ma non insisto)

quarantaquattro avanti Cristo.

Poiché il poeta, sicuramente

Sortì i natali l’anno seguente.

Allor che entrambi eran fanciulli,

e dilettavansi sol coi trastulli,

viveano insieme al genitore

nella fastosa Fonte d’Amore,

e proprio in quella ricca magione

che, ancora, ammirasi sopra al Morrone.

Poi, come venne l’adolescenza,

incominciarono con la frequenza

degli istituti che, a quell’età,

offriva loro questa città.

E, tosto ch’ebbero qui completato

I primi anni del noviziato,

ebber maestra la Capitale

d’ogni arte e scienza più liberale.

Si addottorarono nella Grammatica,

studiaron Fisica e Matematica,

appreser, quindi, l’Astronomia,

e praticarono Filosofia,

seguendo i corsi d’applicazione

d’Aurelio Fusco e di Latrone.

Ma Ovidio amava sol la Poesia,

e, l’ardua e astrusa Filosofia,

la praticava tanto per scusa,

prediligendo la dolce Musa.

Non era ancora diciassettenne

Quando la Toga Virile ottenne,

con Laticlavio, per deferenza

ai suoi diritti di discendenza.

Poscia concessegli, il genitore,

di visitare l’Asia Minore,

l’antica e dotta terra di Grecia,

ed, al ritorno, la Magnagrecia.

E fu in quel tempo che un gran dolore

colpì il valente Vate d’amore,

poiché, in sua assenza, moriva, intanto,

Lucio, il fratello ch’amava tanto.

Quindi, al ritorno da quel viaggio,

dietro il consiglio del padre saggio,

per quanto contro le proprie voglie,

ei si decise a prender moglie.

Ciò fece senza grande attenzione,

tanto che, in breve, dalla magione

scacciò la donna che indegna e ingrata

di tal fortuna s’era mostrata.

Né più felice di questa unione fu la seconda combinazione,

che, com’è facile pronosticare,

finì col farlo ri…divorziare.

Fu, invece, moglie saggia e discreta,

Fabia, la terza ch’ebbe il poeta,

la qual fu prodiga d’intenso amore

ed attenzioni pel suo Signore.

Intanto l’estro della poesia,

che dominava la fantasia

del nostro vate lieto e giocondo,

che fu nel genere, a niun secondo,

gli procurava l’alto favore

d’Augusto, Cesare, Imperatore,

che, per sua triste e mala sorte,

lo volle presso di sé alla Corte.

Quivi conobbe Tibullo e Orazio,

Properzio e Basso Pontico e Fazio,

e, in quel periodo della sua vita,

diè stura all’arte sua preferita.

Le “Metamorfosi” scrisse in poesia,

dando alla classica mitologia,

l’opera massima che mai poeta

diede più celebre e più completa.

A complemento di tal fatica,

descrisse “I Fasti” di Roma antica.

E, negli “Amori”, la corruzione

di Roma, s’ebbe la descrizione.

Quindi i consigli alle donzelle

fornì per farsi vezzose e belle,

ed i rimedi contro l’amore,

che fa spessissimo soffrire il cuore.

Lettere e drammi a profusione

Completan questa sua produzione,

la qual dai posteri fu definita

la più attraente giammai esistita.

Pure, il dolore, ch’era lontano

dal nostro vate lieto e mondano,

lo volle pungere con le sue spine,

avvelenandone la triste fine.

Infatti, volle la Dea Fortuna

folle e volubile come la Luna,

che il nostro grande Vate d’amore

s’inimicasse l’Imperatore.

E, qui, la storia non sa spiegare,

né la ragione ci sa svelare

per cui il poeta fosse esiliato,

e nel Mar Nero poi relegato.

“Carmen et error”, ci dice Ovidio,

furo il movente di tal dissidio;

ma non ci spiega, l’uomo d’onore,

né quale carme, né quale errore,

certo pel fatto che tal mistero,

svelato a Roma ed all’Impero,

avria coinvolto l’Imperatore,

e sua nipote, Giulia Minore,

in uno scandalo compromettente

su qualche fatto poco decente.

Sta infatto ch’egli, per tal ragione

dovè subire l’umiliazione

del duro esilio; dove la sorte

lo tenne chiuso fino alla morte.

Pur nell’esilio duro e penoso,

il nostro vate fervido e estroso,

scrisse canzoni pien di dolcezza,

e d’accorata muta tristezza,

il cui latente grande dolore,

frequentemente ci giunge al cuore.

Forse quest’ultime, del nostro Vate,

sono le rime più appassionate,

e che raggiungono la perfezione

in tanto vasta sua produzione.

Poi l’infelice grande esiliato,

cercò l’oblio del suo passato,

e dei trascorsi giorni suoi lieti,

scrivendo l’ostica “Storia dei Geti”,

per cui usò il barbaro getico idioma,

e non la dotta lingua di Roma.

E, qui, si chiude la triste istoria

di questa nostra fulgida gloria,

dappoichè compiesi il crudo fato

del grande Ovidio, nel disgraziato

diciassettesimo anno solare

della novella Era volgare.

Questa la storia del gran cantore

della bellezza e dell’amore,

che finì lungi dal mondo amato,

in un paese barbaro e ingrato,

e la sua gaia spensieratezza

vide distrutta dalla tristezza

che gli fu imposta dal crudo fato

d’un rio destino immeritato..”